Il Vello d’oro – giorno 9- a night in Macedonia, a day in Bulgaria

Giorno 9
Esiste nei miei viaggi una tradizione, o per lo meno una singolare coincidenza: quella per cui il giorno di Ferragosto finisco sempre in un luogo inatteso, non contemplato sul programma iniziale o solo vagamente considerato. Quest’anno non fa eccezione e di fatti sono finito in un posto chiamato Kyustendil, cittadina termale della Bulgaria poco oltre la frontiera con la Macedonia. Giungo qui dopo aver attraversato la bellissima “valle delle Bambole di Pietra”, così chiamata per via di strani pinnacoli di roccia friabile e dopo aver scavalcato lo Strascin pass ( bambole e lo Strascin’ di napulegna memoria donano suggestioni), non prima i essere passato anche per lo stupendo villaggio di Kratovo, posto sul fondo di un vulcano spento, ove i romani costruirono delle miniere sotterranee per estrarre il ferro dei loro gladii.
I Romani passarono anche qui a Kyustendil e l’apprezzarono per via delle terme naturali, tutt’ora esistenti e all’aperto. Chiamarono il luogo Pautalia. Il nome attuale Kyustendil invece significa in lingua tracia “Terra di Costantino” ma non si allude all’imperatore romano bensì ad un luotenente di Alessandro Magno…..detto questo, a finale resta da dire ch sta Kyustendil e’ proprio o’cess. Cioè’ non sarebbe manco malissimo con sto viale alberato che culmina in una piazza di asburgica memoria, ma pare che le creature viventi più giovani qui siano le zanzare e i vecchi mi guardano avanzare col mio zaino come un uccello migratore che ha smarrito la rotta. In effetti ci capito come tappa di avvicinamento alla prossima e per saltarmi il casino di Sofia. Poi devo dire ho trovato per dormire una location eccezionale, un vero boutique hotel, il cui pezzo forte sono le pareti con affreschi d’epoca. O meglio, di varie epoche: pare che tutti gli occupanti si siano divertiti a scrivere il loro nome e quello della loro squadra del cuire sulla parete della stanza ed in cirillico sono riuscito pure a tradurre pesanti allusioni sessuali ad una certa Lara, accusata di praticare sesso con i cavalli….
Ma se il presente qui e’quello che è, ho dalla mia parte un bellissimo passato e un ancor più eccitante futuro. Il passato e’una magica serata a Skopje, capitale macedone. con Simon, artista locale che ovviamente e’in grado di disvelare ogni segreto recondito di quella terra. Skopje e’una città che al tuo arrivo ti lascia sbalordito, e non in positivo: ti trovi a percorrere enormi viali prospettici in cui pare concentrata tutta la cafonamma dell’architettura contemporanea. Ti trovi ad osservare mastodontici palazzi e falansteri di recentissima edificazione ( il comunismo non c’entra più nulla), gigantesche statue, edifici in vetro-cemento che rimandano a una grandeur del tutto abnorme per un paese paese di 2 milioni di abitanti, un quarto dei quali è’ emigrato all’estero negli ultimi 10 anni. Il picco del kitch si raggiunge di fronte al nuovo teatro in stile neo-barocco di fronte al quale si stende un ponte che è la copia del Ponte Milvio a Roma. Persino il vecchio ponte ottomano in pietra e’ messo in croce da inguardabili fontane artificiali in stile Phuket, lo pseudo-paradiso invernale dei capresi in vacanza. Più tardi apprendo da intellettuali locali che il naufragio architettonico degli ultimi 5 anni e’ opera di un blocco di potere che sta velocemente precipitando verso un fascismo locale, e come ogni fascismo rimescola a capa di cazzo nella retorica del paese, cercando eroi ed un epica a cui intitolate ed erigere cessi in calcestruzzo. Qui ovviamente la parte del leone la fanno Filippo il macedone e suo figlio Alessadro Magno, a cui sono erette enormi ed oscene statue di dimensioni megalitiche.
Ma Skopje ritrova poi un suo senso e una sua bellezza nella Carsja, l’intatto bazar ottomano oltre il ponte ove stanno veri artigiani e mercanti ottomani e dove riesco a far rammendare da un artigiano il mio sombrero di paja toquilla, un cappello Panama originale cui sono morbosamente legato e che era molto malridotto. Girare nel bazar ottomano con Simon mi fa sentire come Dante che cammina con Virgilio, e la sera ceniamo nella piazza centrale del bazar, dove come sempre gli arabi hanno messo un albero e una fontana. La bellezza, per chi la Sa cogliere, risiede in ciò che è semplice e naturale, altro che mausolei e statue di Alessandro Magno.
E ora veniamo al futuro, denso di novità. Si perché domani vado dai Bogomiti. Chi sono i Bogomiti? E Guaglio’ ma qua vi devo spiegare tutto coso io? I Bogomiti sono questi simpaticoni di sta setta che si raduna ogni anno in sto posto, i 7 laghi di Rila in Bulgaria. Tra l’altro si tratta di un posto di incedibile bellezza, detto le Montagne d’Acqua. Qui i Bogomiti nella notte tra il 18 e il 19 agosto danzano intorno ad uno dei laghi in ossequio al loro credo. Ci manca ancora qualche giorno ma lo zoccolo duro dei Bogomiti già sta la e mi scrive mail del tipo “fratello Palillo ti attendiamo per attendere l’illuminazione, per unire la forza vitale del mondo etc”. Io in mezzo a loro ci sono finito per sbaglio frequentando un forum ove cercavo notizie sulle Montagne d’Acqua. Sono così carini sti Bogomiti, uno che fa li appende e nonci va? Dai! Dirò di più: ho bruciato veloce le tappe dentro la gerarchia dei Bogomiti e mi sono autoproclamato capo-sezione della sezione del Sud Italia Bogomita, alla quale potete anche voi aderire se avete voglia. Ovviamente non so un cazzo della loro filosofia ma me la immagino come una cosa new Age, dove con la scusa del Sole, della Luna e del Soffio Vitale poi si finisce tutti a trombare….poi non so, il nome della setta e The white Brotherhood, e una volta ricordo un film con sto nome, ove i protagonisti erano dei nazisti omosessuali….. Vabbuo vediamo domani come va a finire, iamm nu pok a vede’ che dicono sti Bogo-miti!

Il Vello d’oro- giorno 8- Il cuore di tenebra dei Balcani: il Kosovo

Giorno 8
“Quando dal mondo saranno scomparse le api, agli esseri umani resteranno 4, al massimo 5 anni di vita”. Questa profezia non l’ha detta uno stronzo qualunque ma un certo Albert Einstein.
Nondimeno il piccolo Kosovo, martoriato da secoli di conflitti, non rischia tuttavia di scomparire per carenza di api. Gli insetti vengono allevati in Grand quantità e con metodi antichi tra le selvagge Sharr Mountains, per produrre un miele soave e buonissimo. Le api però paiono conservare molto più degli umani un feed back di aggressività retaggio dei recenti conflitti: e’ la seconda volta in due giorni in Kosovo che vengo punto da un’ape, porco cazzo! Altre annotazioni riguardanti ora sfumature culturali e religiose : nelle città musulmane e’un’esperienza fondante ascoltare il canto del muezzin, che leva ipnotico sale moschee diverse volte al giorno e viene irradiato con megafoni per tutto il paese. Ma guaglioni miei, io vi voglio bene ma non vi potete mettere alle 5 meno un quarto di mattina con sto taluorno a tutto volume per tutta la città, mannaggia Gesù Cristo , anzi il dio da imprecare sarebbe qua un altro ma lasciamo stare. Ancora l’hamman , il bagno turco, e’un esperienza magica ma meglio se fatto la sera: la mattina presto determina dei cali di pressione e dei conseguenti attacchi di uallera. Ok, fa niente la uallera nel pensiero medio-orientale stimola la riflessione filosofica e vorrà dire che mi daro’ alla speculazione come Averroe, il maggiore filosofo arabo, apprezzato anche dalle corti europee di cui era spesso ospite e rappresentato anche nella Scuola di Atene di Raffaello. Solo che magari Averroe’ e i suoi discepoli si abbandonavano all’ozio e alla uallera filosofica su triclini all’ombra di fichi d’India e aranci. Io come mio triclinio troverò il sedile sudaticcio di un bus, visto che nella giornata odierna ho in programma di rimbalzare per tutto il Kosovo a caccia di monasteri e siti d’arte. E comincio una mia meditazione, e penso ad un paio di sere fa, quando ancora sul lago, facevo una cosa che mi è sempre piaciuto fare, gettare il pane ai cefaluotti per vederli mangiare. Ok, questo era il lago e non ci stanno i cefaluotti, erano pesci indigeni chiamati Belvica ma erano ancora più famelici e arraggiati dei cefaluotti. Credo di aver capito ch mi affascina di loro l’immediata capacità a fiondarsi sul pane in ammollo, percepito penso attraverso la semplice vibrazione del corpo sull’acqua. Ma provate a lanciare una cicca di sigaretta o un pezzo di plastica, vedrete che i cefaluotti dopo aver puntato per un secondo verso l’oggetto, poi virano alla velocità della luce altrove, essendo il corpo estraneo al loro mondo. Questi animali possiedono una capacità di cui non vi è traccia in noi umani: in una frazione di secondo sono in grado di discernere il Buono dal Cattivo, il Giusto dallo Sbagliato. Siamo capaci forse di farlo noi umani? No, che non siamo capaci, e tale deficienza mi appare quantomai più grade qui, mentre vado a zonzo per queste montagne intrise di sangue e dolore. Forse che qualcuno qui sa dire quale delle due parti in lotta da 7 secoli ha ragione e quale ha torto? Chi tra Serbi e Musulmani e’ stato il primo a cominciare o l’ultimo a finire? E chi ha commesso l’eccidio, lo stupro o il crimine poi grande in secoli di odio sedimentato? Chi piange più vittime, chi ha scavato più fosse comuni e di chi sono le ossa che ancora oggi vi si raccolgono. E’ tutto incartapecorito in momenti che rimbalzano e dicono bene una volta all’uno, una volta all’altro. Ora dice bene al ceppo di etnia albanese, e male molto male ai serbi. Solo 15 anni fa era l’esatto contrario in questo lembo di terra grande quanto la Campania tramutato in una secolare trincea tra confliggenti. Pristina e’ forse la capitale più brutta d’Europa ( se la gioca fifty fifty con Podgorica del Montenegro), appare come una città smontata e rimontata cento volte, ove l’unico intento dei vincitori di turno e’ stato quello di scorticare via tutto ciò che era stato lasciato dai precedenti e sostituirlo con roba proprio. Qui ora le vie sono intitolate ai liberatori piovuti dal cielo, Clinton e Bush, ed e’innalzata persino una statua della Libertà copia di quella americana, non lontana da un budello di incrocio ove il traffico può rimanere bloccato per ore e ove sta un locale chiamato “pizzeria Capri”. Da qui mi dirigo in bus verso un’enclave serba ove sorge un monastero di secolare importanza, quello di Gracanica. Ma salito sul bus, compio l’errore di pronunciare il nome della località, per quel che ne so, in lingua serba, con la prima c che diventa una ch e l’ultima che somiglia ad una z, Grachaniza. Il fonema suona come sacrilego agli occupanti del bus, tutti della trionfante etnia albanese che mi guardano come se avessi bestiammato mentre l’autista simula il gesto dello sputare per terra. Al mio arrivo a Grachaniza o come si dovrebbe pronunciare in albanese, noto questo serbi che vivono qui trincerati dietro i blindati della Nato e hanno l’espressione triste dei panda dentro uno zoo cinese. Piu tardi il pope ortodosso mi dirà che la comunità dei panda ha pure mutuato la difficoltà a riprodursi: in condizioni così ostili le giovani coppie non tendono a suo dire a voler procreare bambini serbi ( ma francamente il tema della procreazione a fini razziali torna troppo spesso nei discorsi dei serbi, e’la terza quarta volta che mi confronto con l’argomento). Inoltre non sono sicuro che quelle facce tristi che ora vedo segragate qui siano semprr assurte a vittime e non a carneficii. Chi puo sapere se questi solo 15 anni fa non erano i responsabili delle fosse comuni rinvenute proprio qui a pochi km, e ora non Siano Come dei guerrieri lasciati fuori le Mura, dei pirati abbandonati sull’isola saccheggiata dalla nave appena salpata? Incredibilmente vedo che il monastero fuori del villaggio e’cinto da filo spinato come un lager e per entrare devo consegnare il passaporto ad un soldato della Nato. Dentro, affreschi di imperitura bellezza rimandano a battaglia ed epopee dei serbi contro gli ottomani e danno al luogo l’aria di una secolare trincea contro gli invasori turchi. Il sito ha subito almeno una dozzina e incendi dolosi negli ultimi 10 anni.
Per arrivare al monastero tra l’altro mi capita di fare l’autistop più strano della mia vita, già he mentre percorro a piedi uno sterminato campo di pannocchie, vengo raccattato addirittura da una colonna di mezzi blindati e jeep militari di soldati tedeschi della Kfor, il corpo di pace delle Nazioni Unite. A loro mi tocca mostrare nuovamente il passaporto, questa volta per una loro curiosità, giacché non riescono a credere che uno da Capri a Ferragosto finisca a visitare i monasteri ortodossi in un’enclave serba del Kosovo. Uno di loro mi mostra pure sul telefonino una foto di qualche mese fa scattata al Parco Augusto con la sua compagna di almeno 15 anni più giovane, nel cui sguardo insofferente in foto leggo che ora, mentre il suo Rambo e’ fare la guerra in Kosovo, lei sta assaggiando parecchi würstel sul al paesino in Renania. Che persone squallide sti soldati tedeschi che ho beccato, spero di rimuoverli in fretta. E poi dei tedeschi in divisa, non ci posso fare niente, mi fanno pensare a cose terribili, giusto per rimanere in argomento di eccidi e carneficine. Ecco, e sempre per rimanere in tema, appendo nientedimeno che il gruppo di fascisti italiani di Casa Pound organizza delle campagne di solidarietà nei confronti dei serbi di Gracanica e del Kosovo. Sarò morto prima di dire che questa gente possa fare mai qualcosa di buono ma la cosa proprio male non mi sembrerebbe, anche se poi bisogna pure veder questi di Casa Pound a chi vanno ad aiutare, le vecchiette indigenti o qualche fanatico fascistello dell’irredentismo serbo. Ad ogni modo non voglio dire niente oggi, non voglio stare a sindacare qui su cosa e’ giusto o sbagliato, finirei per fare come i pesci del lago quando gli butti il pane, ma senza avere la loro capacità di discernimento. Oggi nell’enclave serba di Gracanica in Kosovo, ho finalmente capito da dove nasce questa mia smodata attrazione per tutta l’area dei Balcani, dove praticamente torno ogni estate. In questi luoghi e’ impossibile trovare risposte a molte domande, nei Balcani nessuno può mai sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri

Il Vello d’oro- giorno 4- La “strada fascista”

Giorno 4
L’alba su Argirocastro conferisce un senso al nome della città, che letteralmente significa “Fortezza d’Argento”: il pallido sole del mattino bagna le pietraie di queste colline metallifere facendogli assumere sfumature argentine che quasi accecano. Al di la di questo suo nome pregno di mitologia, Argicastro e’ anche dal punto di vista storico un luogo che si presta all’epica e alle epopee di eroi e viandanti. Tra le tante rinvenute, scelgo quella che mi ha portato qui( che per la verità’ e’piuttosto di fantasia ma per me rappresenta qualcosa di storico nel senso di immortale), quella di Brancaleone da Norcia, che dopo lungo peregrinare giunge nel feudo di Aurocastro per reclamarne il possesso. Il nome e’ cambiato in Aurocastro, fortezza d’oro, ma è ispirato a questo luogo, anche perché ce lo vedrei proprio a Monicelli qui ad aggirarsi sgorbutico per le vie del paese e bere un raki con i vecchietti del paese.


Ma l’epopea di un’altra armata, assai più realistica e drammatica, si è consumata in questi luoghi: quella dell’Armata italiana durante la seconda guerra mondiale. Da Argirocastro parti’ l’invasione o meglio il tentativo di invasione italiano della Grecia, tramutatosi in uno sciagurato fallimento ed un bagno di sangue per le nostre truppe. Il comando italiano predispose un’invasione in larga scala, con un’offensiva su una linea di fronte molto esteso, che andava dai monti Grammoz fino al mare, anziché concentrare le truppe in un unico punto e tentare uno sfondamento.
Ma su tutta la linea le forze italiane non riuscirono a fare pochi km che furono arrestate dai difendenti greci, attestati dietro la cd linea Metaxas, un sistema di trincee e fortificazioni ispirato alla linea Maginot francese. Si tratterebbe di un sistema difensivo vecchio stile e ormai superato, come dimostrato sullo stesso campo di battaglia francese dai tedeschi, ma gli italiani non dispongono di mezzi corazzati degni di questo nome e quand’anche risultano scarsamente efficaci sulle alture del Pindo e del Golik. Il comando italiano si decide allora ad inviare un’intera divisione in avanti, oltre le linee nemiche, nel tentativo di aggirare da dietro il nemico e sperare in una crisi politica e sociale del paese greco. La divisione alpina della Julia viene mandata in avanti oltre le linee nemiche senza appoggi e con scarsi rifornimenti. L’avanzamento avviene a costi elevatissimi in termini di vite umane e quando ormai riesce, alla Julia viene impartito l’ordine di fare dietrofront perché il resto della linea dietro e’ormai impantanato, gli italiani da attaccanti sono costretti a difendersi e rischia di cadere proprio Argirocastro sede del comando generale. La ritirata e’un ulteriore bagno di sangue e la Julia viene più volte immolata per permettere il rientro del resto delle truppe ormai allo sbando. Presso un luogo non lontano da qui, che Brancaleone avrebbe chiamato “cavalcone”, il ponte di Perati, la Julia subisce una carneficina tra le peggiori della seconda guerra mondiale. In particolare il battaglione Cividale viene prescelto per tenere il ponte ad ogni costo e per un numero sufficiente di ore a permettere la ritirata del grosso delle truppe, sotto il tiro delle mitragliatrici e dei mortai greci. Dei 1.200 uomini che componevano il battaglione Cividale, dopo la battaglia del Ponte di Perati ne restano vivi 18. La terribile mattanza e’ricordata in un tristissimo canto alpino che recita: “Sul ponte di Perati bandiera nera/ e’ il grido della Julia che va alla guerra/ la meglio gioventù che va sottoterra.”

Tra gli alpini superstiti s’insinua un forte malcontento verso il regime fascista reo di averli imbarcati in questa campagna senza senso ( l’anno seguente la Grecia si sarebbe arresa ma alla Germania, non lasciando che poche briciole di territorio all’Italia) e tra le truppe si diffonde uno slogan, “Abbasso Mussolini l’assassino degli alpini”. Molti degli alpini superstiti al loro rientro in Italia riabbracciano il fucile ma per un’altra causa, quella del l’antifascismo, offendo la loro competenza militare e la capacità a muoversi in territorio montano alla Resistenza. Molti tra i reduci affermano che e’ durante la campagna di Grecia che è nato o perlomeno si è sviluppato in maniera visibile l’Antifascismo. Mi permettere questa digressione di cd “petite histoire”, termine bellissimo ma intraducibile in italiano a meno di tradirne il senso, e’come tradurre Palillo in inglese, viene fuori un “little stick” dopo aver udito il quale le ragazze americane sorridono imbarazzate e si allontanano equivocando per qualcosa di dimensioni insoddisfacenti.
Ma veniamo alla cronistoria di questa rutilante giornata: ci si sposta da Argirocastro a Korca attraverso una delle strade più pericolose e spettacolari al mondo, una sorta di muraglia cinese di fortificazioni e bunker messo su proprio dagli italiani tanto da darsi il nome di strada fascista. Il binomio strada-bunker qui in Albania e’piuttosto singolare: il fulminato dittatore Enver Hoxha aveva tra le sue mille paranoie quella di essere invaso così faceva di continuo distruggere e ricostruire le strade di confine, e fece costruire poi un milione e mezzo di orribili bunker in cemento armato,uno per ogni famiglia albanese. Si tratta di indistruttibili funghi, impossibili a rimuoversi perché pesantissimi che ancora oggi ovunque apprestano il paesaggio. Arriva il furgon da Saranda con la scritta “Korca”, dentro sono già stipati come sardine e sperano che il conducente non mi faccia salire. E’il classico caso di relativismo: quando sei giù da un bus o una metro, ti affretti e speri che quello non parta, dopo un secondo che sei a bordo iastemmi il conducente perché si sbrighi a partire e non faccia salire più nessuno. Una stronza Austriaca e’piu relativista di altre e chiede apertamente al conducente di non farmi salire, ma mr Nishi la manda fortunatamente a cagare. La prima ora di strada e’diciamo di riscaldamento, con il fondovalle del fiume Drinos e continui saliscendi. Si potrebbe accorciare il km magari facendo dei tunnel ma forare le montagne costano, così si sale e si scende da queste colline come avviene sempre in tutte le strade dei paesi poveri. Si svolta verso nord, la stronza austriaca ora vorrebbe che a scendere fosse il coducente perché lo ha visto bere una grappa al bar e al suo paesino di merda in Austria mettersi al volante dopo aver bevuto alcool comporta l’arresto immediato. Il bello e’che mentre questa parla, il marito da dietro cerca di apparare sorridendo e chiedendo scusa, guardando poi nel vuoto per chiedersi ancora una volta come ha fatto a sposare sto catafalco di femmina. Passata una città chiamata Permet, comincia l’ascesa verso il Barmash pass e comincia l’inferno. Chilometri di sterrato costellato di buche Nel furgon malandato cominciano ad agitarci come dentro una lavatrice, e lo sbattere senza sosta forse ci fa dimenticare gli orrendi burroni che si aprono lo sotto di noi, a pochi cm e senza parapetto manco a parlarne. Comincio a pensare di scendere anzi mi decido a farlo, mi dico “faccio un’altra curva e scendo” poi ne aspetto un’altra , e un’altra ancora, poi tiro avanti pensando al mio idolo che su questa salita li avrebbe steso tutti: Marco Pantani. Di tutti gli sportivi e’quello forse che mi ha maggiormente rapito il cuore, appartiene a quella categoria di geni sregolati, perennemente inquieti ed autodistruttivi, di cui fanno parte Maradona e Cassius Clay,che conoscono solo le stelle o la polvere. Nello sport come nella vita, i tipi seri, professionali coerenti, i Cavani o i Nedved che si allenano il giorno di Natale sotto la pioggia, mi acchiappano fino ad un certo punto poi mi annoiano. Ricordo gli anni univesitari e quelle inteminabili giornate di giugno a studiare dei mattini di libro di procedura civile e diritto conmerciale, mentre mi facevo nel mio piccolo coraggio vedendo Pantani che come una pulce al Tour de France li massacrava tutti. Marco me lo immagino ora qui, sul Barmash Pass che pare non finire mai. Nel ciclismo usano il termine “gli indiani” per indicare la vetta di una montagna, e’un termine scaramantico, dire la cima o la vetta porta sfortuna. I nostri indiani sono rappresentati da una fortificazione credo araba posta a 1800 metri dove ci sta ancora persino la neve. Ma doppiato l’orrendo passo, la strada fascista non è mica finita! Ci sta la discesa, l’abuso verso la gola del Vojosa e poi la risalita sui monti Grammoz. Tra gli occupanti del veicolo comincia ad instaursi un clima di follia e solidarietà, ci sentiamo i protagonisti di un’impresa epica. La prima a sentirsi male e’ la stronza austriaca, seguita da due olandesi in viaggio di nozze che vomitano tenendosi per mano e che stamattina devono aver mangiato agnello. Ad un tratto ci fanno scendere in una foresta presso una sorgente per ristorarci, fa un freddo cane e per di più prende anche a piovere. Presso questa sorgente viene imbottigliata l’acqua che beve la nazionale di calcio albanese ci dicono. Credo di aver capito perché l’Albania non ha mai fatto numero nella smorfia a pallone, vuoi veder che li fanno salire qua su per bere? Dopo la quarta ora di strada fascista ( che poi tanto fascista non è’, i bunker e le fortificazioni sono anche saracene, medievali e di epoca comunista), credo di esser caduto in una sorta di catalessi e di demenza, ricordo che passivamente venivo sballottato dentro questo furgon stando con gli occhi chiusi immaginando una volta di stare nello spazio, un’altra in discoteca, un’altra volta sui tronchi all’edenlandia. Alla fine quasi mi era subentrata una sorta di Sindrome di Stoccolma nei confronti di Nishi l’autista che mi teneva costretto in quel furgon infernale ma a chi volevo bene perché ad ogni curva mi salvava la vita evitando il precipizio. Come si possa guidare per 7 ore su una roba del genere e non finire fuori strada io non lo so, e’consjderata tra le pime dieci strade più pericolose al mondo e me la ricorderòfinche campo. Ad un tratto, quasi non ci credo, finisce, una francesi ma vicina a me scoppia a piangere e corre a telefonare sua mamma. Siamo a Korca, città gradevole con 5 musei e una birra ottima che non ha niente da invidiare alla Guinness. A korca una bella sorca mi rimette al mondo servendomi un agnello al forno squisito. Fuori e’scoppiato un finimondo di temporale ma potrebbe scendere pure Gesù Cristo da cielo non me ne fotte: ho superato la Korca-Gjrokaster road e per la prima volta dall’inizio del viaggio cominciò a sentire che l’impresa intera di arrivare fino in Caucaso può essere fattibile, E’un po’ come quando una squadra ad un mondiale vince un turno di qualificazione per 4 a 3 in rimonta: magari si è avuta un po fortuna ma nello spogliatoio subentra la convinzione di essere più forti, di poter arrivare in fondo. Io comincio a sentire che il Vello d’oro, sebben lontano ancora migliaia di km, può essere raggiunto. Korca si trova sulla cima di una montagna, corro ad un punto panoramico e sotto appare ciò che immaginavo: la piana di Pelagonia, la Macedonia e i laghi di Prespa e di Ohrid. Quest’ultimo era chiamato dai Greci Lychnidos, letteralmente la Città di luce, e mai nome fu più azzeccato perché sotto le nuvole il lago e’ rischiarato da una luce bluastra e un bellissimo arcobaleno cinge le due sponde del lago. Giungerò ad Ohrid nel pomeriggio per una via più facile, la via Egnatia costruita dai Romani e varcando la frontiera con la Macedonia presso un luogo chiamato Sveti Naum, ove sorge un bellissimo monastero che conserva una palla (inteso come testicolo) di sto Naum.
Nel vedermi sulla cima di quella montagna, sopra la coltre di nebbia e con i laghi sottostanti mi è venuto alla mente quel bellissimo quadro di Friedrich, un pittore di epoca romantica, che mi pare si chiama “viandante sopra la nebbia” , ora non vorrei sparare una vongola ma andare a controllare su wikipedia e’ troppo squallido, ma mi sono venuti in mente pure i giorni faticosi e caldi di luglio spesi al lavoro su circumvesuviana centri direzionale e altro, in cui sempre guardavo avanti pensando a quando poi avrei guardato il lago di ohrid dall’alto della rupe di Korca, ho pensato a tutto questo e mi sono commosso