Il Vello d’oro – giorno 9- a night in Macedonia, a day in Bulgaria

Giorno 9
Esiste nei miei viaggi una tradizione, o per lo meno una singolare coincidenza: quella per cui il giorno di Ferragosto finisco sempre in un luogo inatteso, non contemplato sul programma iniziale o solo vagamente considerato. Quest’anno non fa eccezione e di fatti sono finito in un posto chiamato Kyustendil, cittadina termale della Bulgaria poco oltre la frontiera con la Macedonia. Giungo qui dopo aver attraversato la bellissima “valle delle Bambole di Pietra”, così chiamata per via di strani pinnacoli di roccia friabile e dopo aver scavalcato lo Strascin pass ( bambole e lo Strascin’ di napulegna memoria donano suggestioni), non prima i essere passato anche per lo stupendo villaggio di Kratovo, posto sul fondo di un vulcano spento, ove i romani costruirono delle miniere sotterranee per estrarre il ferro dei loro gladii.
I Romani passarono anche qui a Kyustendil e l’apprezzarono per via delle terme naturali, tutt’ora esistenti e all’aperto. Chiamarono il luogo Pautalia. Il nome attuale Kyustendil invece significa in lingua tracia “Terra di Costantino” ma non si allude all’imperatore romano bensì ad un luotenente di Alessandro Magno…..detto questo, a finale resta da dire ch sta Kyustendil e’ proprio o’cess. Cioè’ non sarebbe manco malissimo con sto viale alberato che culmina in una piazza di asburgica memoria, ma pare che le creature viventi più giovani qui siano le zanzare e i vecchi mi guardano avanzare col mio zaino come un uccello migratore che ha smarrito la rotta. In effetti ci capito come tappa di avvicinamento alla prossima e per saltarmi il casino di Sofia. Poi devo dire ho trovato per dormire una location eccezionale, un vero boutique hotel, il cui pezzo forte sono le pareti con affreschi d’epoca. O meglio, di varie epoche: pare che tutti gli occupanti si siano divertiti a scrivere il loro nome e quello della loro squadra del cuire sulla parete della stanza ed in cirillico sono riuscito pure a tradurre pesanti allusioni sessuali ad una certa Lara, accusata di praticare sesso con i cavalli….
Ma se il presente qui e’quello che è, ho dalla mia parte un bellissimo passato e un ancor più eccitante futuro. Il passato e’una magica serata a Skopje, capitale macedone. con Simon, artista locale che ovviamente e’in grado di disvelare ogni segreto recondito di quella terra. Skopje e’una città che al tuo arrivo ti lascia sbalordito, e non in positivo: ti trovi a percorrere enormi viali prospettici in cui pare concentrata tutta la cafonamma dell’architettura contemporanea. Ti trovi ad osservare mastodontici palazzi e falansteri di recentissima edificazione ( il comunismo non c’entra più nulla), gigantesche statue, edifici in vetro-cemento che rimandano a una grandeur del tutto abnorme per un paese paese di 2 milioni di abitanti, un quarto dei quali è’ emigrato all’estero negli ultimi 10 anni. Il picco del kitch si raggiunge di fronte al nuovo teatro in stile neo-barocco di fronte al quale si stende un ponte che è la copia del Ponte Milvio a Roma. Persino il vecchio ponte ottomano in pietra e’ messo in croce da inguardabili fontane artificiali in stile Phuket, lo pseudo-paradiso invernale dei capresi in vacanza. Più tardi apprendo da intellettuali locali che il naufragio architettonico degli ultimi 5 anni e’ opera di un blocco di potere che sta velocemente precipitando verso un fascismo locale, e come ogni fascismo rimescola a capa di cazzo nella retorica del paese, cercando eroi ed un epica a cui intitolate ed erigere cessi in calcestruzzo. Qui ovviamente la parte del leone la fanno Filippo il macedone e suo figlio Alessadro Magno, a cui sono erette enormi ed oscene statue di dimensioni megalitiche.
Ma Skopje ritrova poi un suo senso e una sua bellezza nella Carsja, l’intatto bazar ottomano oltre il ponte ove stanno veri artigiani e mercanti ottomani e dove riesco a far rammendare da un artigiano il mio sombrero di paja toquilla, un cappello Panama originale cui sono morbosamente legato e che era molto malridotto. Girare nel bazar ottomano con Simon mi fa sentire come Dante che cammina con Virgilio, e la sera ceniamo nella piazza centrale del bazar, dove come sempre gli arabi hanno messo un albero e una fontana. La bellezza, per chi la Sa cogliere, risiede in ciò che è semplice e naturale, altro che mausolei e statue di Alessandro Magno.
E ora veniamo al futuro, denso di novità. Si perché domani vado dai Bogomiti. Chi sono i Bogomiti? E Guaglio’ ma qua vi devo spiegare tutto coso io? I Bogomiti sono questi simpaticoni di sta setta che si raduna ogni anno in sto posto, i 7 laghi di Rila in Bulgaria. Tra l’altro si tratta di un posto di incedibile bellezza, detto le Montagne d’Acqua. Qui i Bogomiti nella notte tra il 18 e il 19 agosto danzano intorno ad uno dei laghi in ossequio al loro credo. Ci manca ancora qualche giorno ma lo zoccolo duro dei Bogomiti già sta la e mi scrive mail del tipo “fratello Palillo ti attendiamo per attendere l’illuminazione, per unire la forza vitale del mondo etc”. Io in mezzo a loro ci sono finito per sbaglio frequentando un forum ove cercavo notizie sulle Montagne d’Acqua. Sono così carini sti Bogomiti, uno che fa li appende e nonci va? Dai! Dirò di più: ho bruciato veloce le tappe dentro la gerarchia dei Bogomiti e mi sono autoproclamato capo-sezione della sezione del Sud Italia Bogomita, alla quale potete anche voi aderire se avete voglia. Ovviamente non so un cazzo della loro filosofia ma me la immagino come una cosa new Age, dove con la scusa del Sole, della Luna e del Soffio Vitale poi si finisce tutti a trombare….poi non so, il nome della setta e The white Brotherhood, e una volta ricordo un film con sto nome, ove i protagonisti erano dei nazisti omosessuali….. Vabbuo vediamo domani come va a finire, iamm nu pok a vede’ che dicono sti Bogo-miti!

Il Vello d’oro- giorno 7 – Nelle “terre dei cani feroci”

Giorno 7
La Strada mi chiama, e’ora di rimettersi in marcia verso il Vello d’oro. 3 giorni in uno stesso luogo sono un’enormita’ in un viaggio così concepito e devo con solerzia riprendere il cammino.
Una considerazione finale su Ohrid: e’ davvero un gran bel posto che assomma in se arte e bellezze naturali, e’ben attrezzato per ogni forma di turismo ed economico. Vivamente consigliato in luogo dei soliti posti, davvero se volete sorprendere la vostra compagna o avete una nuova trombamica con cui abbandonarvi a romantiche zozzerie, portartela in riva al lago di Ohrid, sparagnate e comparite, potete pure atteggiarvi a dire a lei: “no sai io poi sono uno a cui non piace andare nei posti dove vanno tutti….”. Il posto si caratterizza anche per una vivace vita notturna condita da una cosa che, non so bene perché, a Capri e’ pressoché bandita: la musica dal vivo. C’è per tutti i gusti, si va dai concerti di musica classica nelle basiliche ( tutta l’area balcanica vanta un’eccellente tradizione orchestrale) a quelli di travolgente musica balcanica dove milfone euforiche ti infilano una mano nel pacco mentre ti bevi la birra. Ci stanno locali con gruppi indie rock ( eccellente un gruppo serbo ascoltato) e locali jazz con band che suonano come i neri di New Orleans. Io mi sono scelto come tana un posto molto figo, il classico postaccio dove tracannare Wiskey e fare a cazzotti e dive il proprietario e’identico a qel tipo con la barba di “una notte da leoni”; pare che li una sera sia passato per caso Lenny Kravitz e abbia pure fatto un paio di pezzi improvvisati…è dopo Kravitz si è esibito li: in un moto d’euforia alcolica una sera sono salito arbitrariamente sul palco, ho brandito il microfono e mi sono prodotto in una trascinante cover di Minnie the Moocher di Cab Calloway. La platea dall’orecchio ben educato all’inizio ha partecipato attivamente cantando con me poi di e’ lasciata andare ad intemperanze e segnali sonori ottenuti mediante modulazione del respiro e con la frapposizione della lingua alla cavità palatale, in altre parole fischi e pernacchie.
Ma torniamo alla strada, che oggi mi porterà in Kosovo, in una città che attendò con ansia di raggiungere, Prizren, una specie di piccola Sarajevo dal comune destino di sciagure e grandezza. I modi individuati per raggiungerla sono 3: il primo, il più affascinante, e’ attraverso le cd Montagne Maledette, questo lembo estremo e selvaggio nell’Albania del Nord, da cui poi discender in Kosovo attraverso un sentiero che era quello dei miliziani dell’Uck ai tempo del conflitto, ma richiede troppo tempo e dovrei tornare in Albania e sobbarcarmi 2-3 giorni di cammino. Vi è poi la via convenzionale, attraverso la capitale macedone Skopje, ma da li devo passare più avanti nel viaggio perché ho un imperdibile appuntamento con un amico, e per una mia cosa strana non ripeto mai in un viaggio la stessa strada due volte, mi sembra di stare perdendo tempo. Vi è poi una terza via individuata, ribattezzata Passaggio a Nord-ovest: si tratta di raggiungere appunto la parte nord occidentale della Macedonia, densa di siti interessanti tra l’altro e giungere ai piedi delle gigantesche Sharr mountains, dette anche “terre dei cani feroci “, perché da qui proviene il gigantesco cane pastore kossovaro, che i locali lasciano libero di accudire le greggi sulle montagne e non si contano le aggressioni a persone. Il Kosovo e’giusto dietro le imponenti Sharr Mountains ma non si registrano bus o mezzi di linea che seguono questo tragitto, ne e’fatto di sapere se tra quei monti esista una valico di frontiera. Dalla mappa di google earth riesco solo a distinguere una strada che s’inerpica per quelle giogaie salendo dalla Macedonia, ma con quale mezzo non saprei come percorrerla. Ad ogni modo mi decido per cercare il Passaggio a Nord Ovest verso il Kosovo. Un primo bus lascia il lago di Ohrid all’altezza di Struga, pittoresca località ove a fine mese si tiene un festival di poesia a cui hanno preso parte pure Allen Ginsberg e Neruda, si inerpica poi su un monte per arrivare all’abitato di Vevcani. Davvero un posto singolare assai! Pensate che gli abitanti, alla caduta della Jugoslavia, proclamarono qui una strampalata Repubblica di Vevcani, non riconosciuta da nessuno stato. Mi fermo qui a fare colazione e chiedo al tipo subito lumi sulla Repubblica, lui ovviamente si proclama un fiero cittadino di questa “nazione” e così compro al mio amico Francesco Staiano, collezionatore di bandiere, la rarissima Bandiera della Repubblica di Vevcani, assolutamente introvabile. Sempre restando in tema di casa Staiano diciamo, faccio un volo pindarico in avanti di qualche ora, ad adesso in Kosovo, ove stanno trasmettendo alla tv una fiction impastata di nazionalismo indipendentista e che irride il presidente serbo, descritto come un vecchio rincoglionito. La gente sta tutta radunata nei caffè a vedere sta fiction, come in Italia nel dopoguerra quando ci si radunava per veder la tv. Ebbene il protagonista di sta cosa, mi pare di capire una sorta di esattore delle tasse kossovaro e molto fiero di esserlo, e’ tale e quale, ma proprio sputato, sia di faccia che per la voce, a Mauro Salvia.
Ma torniamo sulla strada: da Vevcani arrivo a Debar, ove sta un bellissimo monastero che vedo dal finestrino, quello di San Giovanni il Costruttore. Ormai ci siamo, sopra il monastero si ergono le Terre dei Cani Feroci. Devo solo trovare il passaggio attraverso di esse,roba nda niente. La strada piega ora da ovest verso nord sempre bordeggiando le montagne. Giungo ad una città chiamata Tetovo, dove ho pure il tempo di visitare un sito incredibile, la Moschea Dipinta, bellissima, che sta dentro una “tekke”, una sorta di comunità, di Dervisci berkashi. I Berkashi sono una costola dell’Islam che si caratterizza per essere più tollerante, ammettono il consumo di alcool e la condizione della donna risulta meno segregata. E’un approccio più filosofico, sul modello Sufi dell’Iran, ecco spiegata la presenza dei Dervisci, quei monaci che danzano seguendo il movimento dei pianeti. Tuttavia sono un po incazzosi sti dervisci: uno di loro quasi sbranava una cretina che vicino alla figlia ha detto una cosa tipo :”vieni bella di mamma, andiamo a fare la foto con Babbo Natale”….ovviamente il barbuto derviscio vestito di verde aveva sacrosanta ragione ad incazZarsi. Ma ecco che da questa Tetovo becco un furgoncino privato, che partirà quando sarà pieno e salirà su per le Terre dei Cani Feroci fino in Kosovo, a Prizren. Ce l’ho fatta, ho trovato il passaggio a Nord Ovest! E dopo una lunga ascesa di per i monti sono in Kosovo, proprio mentre attraverso la frontiera mi pizzica un’ape, un altro segnale degli dei, ma fa niente. Sono troppo felice lo stesso. Se i Balcani fossero un inferno, il Kosovo sarebbe la sua bocca di Lucifero, il suo ultimo girone, ma per quanto mi riguarda i Balcani somigliano più al paradiso. Ogni villaggio ha la sua moschea qui, con alti minareti ma costruiti di recente, evidentemente perché a qualcuno era saltato in testa di abbatterli. Ma quel qualcuno non c’è più ora, i serbi corrispondono ormai al 2% della popolazione, in pratica trovare un serbo in Kosovo oggi e’difficile come trovare uno che ha votato Fini o Casini in Italia. Ma e’uno stato di cose transeunte: dal 1300 ininterrottamente e a fasi alterne musulmani e serbi si scacciano dal Kosovo gli uni con gli altri. E arriva Prizren, bellissima, una vera città d’arte con un ponte in pietra secondo per bellezza solo a quello di Mostar in Bosnia, una bellissima moschea, un centro storico spettacolare e un bagno turco settecentesco dal quale sono appena uscito. Altro che quelle SPA di lusso che sembrano camere a gas, si sta distesi qui su blocchi di marmo bianco tra omaccioni baffuti che ti scrutano severo. Tutto promette bene a Prizren e come ogni città balcanica riserverà sempre delle sorprese, cose che la rendono unica.

Per ora vi segnalo questa, che riguarda la toponomastica. Durante le diverse occupazioni della città, i nuovi occupanti prendevano di volta in volta a ribattezzare le strade coi nomi dei loro eroi e simili. I turchi intitolavano le vie a qualche loro condottiero, poi arrivavano i serbi e cambiavano i nomi alle vie con quelli di qualche loro generale, la stessa cosa facevano poi degli albanesi…. Adesso e’arrivata la forza di pace della Nato, la Kfor, e per levare la frasca da mezzo e non fare arrabbiare nessuno ha deciso di ricorrere alla Pet Therapy: le strade sono state ribattezzate con innocui nomi di animali e di piante. Ci sta via dei gatti, via dei cani, largo della giraffa….. Io alloggio per esempio in via dei Fiori Blu n 29, e l’Italia non mi manca manco po’ il cazzo

Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

Il Vello d’oro- giorno 4- La “strada fascista”

Giorno 4
L’alba su Argirocastro conferisce un senso al nome della città, che letteralmente significa “Fortezza d’Argento”: il pallido sole del mattino bagna le pietraie di queste colline metallifere facendogli assumere sfumature argentine che quasi accecano. Al di la di questo suo nome pregno di mitologia, Argicastro e’ anche dal punto di vista storico un luogo che si presta all’epica e alle epopee di eroi e viandanti. Tra le tante rinvenute, scelgo quella che mi ha portato qui( che per la verità’ e’piuttosto di fantasia ma per me rappresenta qualcosa di storico nel senso di immortale), quella di Brancaleone da Norcia, che dopo lungo peregrinare giunge nel feudo di Aurocastro per reclamarne il possesso. Il nome e’ cambiato in Aurocastro, fortezza d’oro, ma è ispirato a questo luogo, anche perché ce lo vedrei proprio a Monicelli qui ad aggirarsi sgorbutico per le vie del paese e bere un raki con i vecchietti del paese.


Ma l’epopea di un’altra armata, assai più realistica e drammatica, si è consumata in questi luoghi: quella dell’Armata italiana durante la seconda guerra mondiale. Da Argirocastro parti’ l’invasione o meglio il tentativo di invasione italiano della Grecia, tramutatosi in uno sciagurato fallimento ed un bagno di sangue per le nostre truppe. Il comando italiano predispose un’invasione in larga scala, con un’offensiva su una linea di fronte molto esteso, che andava dai monti Grammoz fino al mare, anziché concentrare le truppe in un unico punto e tentare uno sfondamento.
Ma su tutta la linea le forze italiane non riuscirono a fare pochi km che furono arrestate dai difendenti greci, attestati dietro la cd linea Metaxas, un sistema di trincee e fortificazioni ispirato alla linea Maginot francese. Si tratterebbe di un sistema difensivo vecchio stile e ormai superato, come dimostrato sullo stesso campo di battaglia francese dai tedeschi, ma gli italiani non dispongono di mezzi corazzati degni di questo nome e quand’anche risultano scarsamente efficaci sulle alture del Pindo e del Golik. Il comando italiano si decide allora ad inviare un’intera divisione in avanti, oltre le linee nemiche, nel tentativo di aggirare da dietro il nemico e sperare in una crisi politica e sociale del paese greco. La divisione alpina della Julia viene mandata in avanti oltre le linee nemiche senza appoggi e con scarsi rifornimenti. L’avanzamento avviene a costi elevatissimi in termini di vite umane e quando ormai riesce, alla Julia viene impartito l’ordine di fare dietrofront perché il resto della linea dietro e’ormai impantanato, gli italiani da attaccanti sono costretti a difendersi e rischia di cadere proprio Argirocastro sede del comando generale. La ritirata e’un ulteriore bagno di sangue e la Julia viene più volte immolata per permettere il rientro del resto delle truppe ormai allo sbando. Presso un luogo non lontano da qui, che Brancaleone avrebbe chiamato “cavalcone”, il ponte di Perati, la Julia subisce una carneficina tra le peggiori della seconda guerra mondiale. In particolare il battaglione Cividale viene prescelto per tenere il ponte ad ogni costo e per un numero sufficiente di ore a permettere la ritirata del grosso delle truppe, sotto il tiro delle mitragliatrici e dei mortai greci. Dei 1.200 uomini che componevano il battaglione Cividale, dopo la battaglia del Ponte di Perati ne restano vivi 18. La terribile mattanza e’ricordata in un tristissimo canto alpino che recita: “Sul ponte di Perati bandiera nera/ e’ il grido della Julia che va alla guerra/ la meglio gioventù che va sottoterra.”

Tra gli alpini superstiti s’insinua un forte malcontento verso il regime fascista reo di averli imbarcati in questa campagna senza senso ( l’anno seguente la Grecia si sarebbe arresa ma alla Germania, non lasciando che poche briciole di territorio all’Italia) e tra le truppe si diffonde uno slogan, “Abbasso Mussolini l’assassino degli alpini”. Molti degli alpini superstiti al loro rientro in Italia riabbracciano il fucile ma per un’altra causa, quella del l’antifascismo, offendo la loro competenza militare e la capacità a muoversi in territorio montano alla Resistenza. Molti tra i reduci affermano che e’ durante la campagna di Grecia che è nato o perlomeno si è sviluppato in maniera visibile l’Antifascismo. Mi permettere questa digressione di cd “petite histoire”, termine bellissimo ma intraducibile in italiano a meno di tradirne il senso, e’come tradurre Palillo in inglese, viene fuori un “little stick” dopo aver udito il quale le ragazze americane sorridono imbarazzate e si allontanano equivocando per qualcosa di dimensioni insoddisfacenti.
Ma veniamo alla cronistoria di questa rutilante giornata: ci si sposta da Argirocastro a Korca attraverso una delle strade più pericolose e spettacolari al mondo, una sorta di muraglia cinese di fortificazioni e bunker messo su proprio dagli italiani tanto da darsi il nome di strada fascista. Il binomio strada-bunker qui in Albania e’piuttosto singolare: il fulminato dittatore Enver Hoxha aveva tra le sue mille paranoie quella di essere invaso così faceva di continuo distruggere e ricostruire le strade di confine, e fece costruire poi un milione e mezzo di orribili bunker in cemento armato,uno per ogni famiglia albanese. Si tratta di indistruttibili funghi, impossibili a rimuoversi perché pesantissimi che ancora oggi ovunque apprestano il paesaggio. Arriva il furgon da Saranda con la scritta “Korca”, dentro sono già stipati come sardine e sperano che il conducente non mi faccia salire. E’il classico caso di relativismo: quando sei giù da un bus o una metro, ti affretti e speri che quello non parta, dopo un secondo che sei a bordo iastemmi il conducente perché si sbrighi a partire e non faccia salire più nessuno. Una stronza Austriaca e’piu relativista di altre e chiede apertamente al conducente di non farmi salire, ma mr Nishi la manda fortunatamente a cagare. La prima ora di strada e’diciamo di riscaldamento, con il fondovalle del fiume Drinos e continui saliscendi. Si potrebbe accorciare il km magari facendo dei tunnel ma forare le montagne costano, così si sale e si scende da queste colline come avviene sempre in tutte le strade dei paesi poveri. Si svolta verso nord, la stronza austriaca ora vorrebbe che a scendere fosse il coducente perché lo ha visto bere una grappa al bar e al suo paesino di merda in Austria mettersi al volante dopo aver bevuto alcool comporta l’arresto immediato. Il bello e’che mentre questa parla, il marito da dietro cerca di apparare sorridendo e chiedendo scusa, guardando poi nel vuoto per chiedersi ancora una volta come ha fatto a sposare sto catafalco di femmina. Passata una città chiamata Permet, comincia l’ascesa verso il Barmash pass e comincia l’inferno. Chilometri di sterrato costellato di buche Nel furgon malandato cominciano ad agitarci come dentro una lavatrice, e lo sbattere senza sosta forse ci fa dimenticare gli orrendi burroni che si aprono lo sotto di noi, a pochi cm e senza parapetto manco a parlarne. Comincio a pensare di scendere anzi mi decido a farlo, mi dico “faccio un’altra curva e scendo” poi ne aspetto un’altra , e un’altra ancora, poi tiro avanti pensando al mio idolo che su questa salita li avrebbe steso tutti: Marco Pantani. Di tutti gli sportivi e’quello forse che mi ha maggiormente rapito il cuore, appartiene a quella categoria di geni sregolati, perennemente inquieti ed autodistruttivi, di cui fanno parte Maradona e Cassius Clay,che conoscono solo le stelle o la polvere. Nello sport come nella vita, i tipi seri, professionali coerenti, i Cavani o i Nedved che si allenano il giorno di Natale sotto la pioggia, mi acchiappano fino ad un certo punto poi mi annoiano. Ricordo gli anni univesitari e quelle inteminabili giornate di giugno a studiare dei mattini di libro di procedura civile e diritto conmerciale, mentre mi facevo nel mio piccolo coraggio vedendo Pantani che come una pulce al Tour de France li massacrava tutti. Marco me lo immagino ora qui, sul Barmash Pass che pare non finire mai. Nel ciclismo usano il termine “gli indiani” per indicare la vetta di una montagna, e’un termine scaramantico, dire la cima o la vetta porta sfortuna. I nostri indiani sono rappresentati da una fortificazione credo araba posta a 1800 metri dove ci sta ancora persino la neve. Ma doppiato l’orrendo passo, la strada fascista non è mica finita! Ci sta la discesa, l’abuso verso la gola del Vojosa e poi la risalita sui monti Grammoz. Tra gli occupanti del veicolo comincia ad instaursi un clima di follia e solidarietà, ci sentiamo i protagonisti di un’impresa epica. La prima a sentirsi male e’ la stronza austriaca, seguita da due olandesi in viaggio di nozze che vomitano tenendosi per mano e che stamattina devono aver mangiato agnello. Ad un tratto ci fanno scendere in una foresta presso una sorgente per ristorarci, fa un freddo cane e per di più prende anche a piovere. Presso questa sorgente viene imbottigliata l’acqua che beve la nazionale di calcio albanese ci dicono. Credo di aver capito perché l’Albania non ha mai fatto numero nella smorfia a pallone, vuoi veder che li fanno salire qua su per bere? Dopo la quarta ora di strada fascista ( che poi tanto fascista non è’, i bunker e le fortificazioni sono anche saracene, medievali e di epoca comunista), credo di esser caduto in una sorta di catalessi e di demenza, ricordo che passivamente venivo sballottato dentro questo furgon stando con gli occhi chiusi immaginando una volta di stare nello spazio, un’altra in discoteca, un’altra volta sui tronchi all’edenlandia. Alla fine quasi mi era subentrata una sorta di Sindrome di Stoccolma nei confronti di Nishi l’autista che mi teneva costretto in quel furgon infernale ma a chi volevo bene perché ad ogni curva mi salvava la vita evitando il precipizio. Come si possa guidare per 7 ore su una roba del genere e non finire fuori strada io non lo so, e’consjderata tra le pime dieci strade più pericolose al mondo e me la ricorderòfinche campo. Ad un tratto, quasi non ci credo, finisce, una francesi ma vicina a me scoppia a piangere e corre a telefonare sua mamma. Siamo a Korca, città gradevole con 5 musei e una birra ottima che non ha niente da invidiare alla Guinness. A korca una bella sorca mi rimette al mondo servendomi un agnello al forno squisito. Fuori e’scoppiato un finimondo di temporale ma potrebbe scendere pure Gesù Cristo da cielo non me ne fotte: ho superato la Korca-Gjrokaster road e per la prima volta dall’inizio del viaggio cominciò a sentire che l’impresa intera di arrivare fino in Caucaso può essere fattibile, E’un po’ come quando una squadra ad un mondiale vince un turno di qualificazione per 4 a 3 in rimonta: magari si è avuta un po fortuna ma nello spogliatoio subentra la convinzione di essere più forti, di poter arrivare in fondo. Io comincio a sentire che il Vello d’oro, sebben lontano ancora migliaia di km, può essere raggiunto. Korca si trova sulla cima di una montagna, corro ad un punto panoramico e sotto appare ciò che immaginavo: la piana di Pelagonia, la Macedonia e i laghi di Prespa e di Ohrid. Quest’ultimo era chiamato dai Greci Lychnidos, letteralmente la Città di luce, e mai nome fu più azzeccato perché sotto le nuvole il lago e’ rischiarato da una luce bluastra e un bellissimo arcobaleno cinge le due sponde del lago. Giungerò ad Ohrid nel pomeriggio per una via più facile, la via Egnatia costruita dai Romani e varcando la frontiera con la Macedonia presso un luogo chiamato Sveti Naum, ove sorge un bellissimo monastero che conserva una palla (inteso come testicolo) di sto Naum.
Nel vedermi sulla cima di quella montagna, sopra la coltre di nebbia e con i laghi sottostanti mi è venuto alla mente quel bellissimo quadro di Friedrich, un pittore di epoca romantica, che mi pare si chiama “viandante sopra la nebbia” , ora non vorrei sparare una vongola ma andare a controllare su wikipedia e’ troppo squallido, ma mi sono venuti in mente pure i giorni faticosi e caldi di luglio spesi al lavoro su circumvesuviana centri direzionale e altro, in cui sempre guardavo avanti pensando a quando poi avrei guardato il lago di ohrid dall’alto della rupe di Korca, ho pensato a tutto questo e mi sono commosso

Il Vello d’oro- giorno 3- Bagni omerici ed adamitici

Giorno 3
Quando disegno i miei itinerari di viaggio, raramente contemplo tappe cosiddette “di mare”. Tendo ad escludere sula base di una semplice constatazione: vengo da Capri, ove ho la possibilità di fare bagni, almeno nei week end, per un lasso di tempo che va da aprile ad ottobre ed anche oltre; ho a disposizione spiagge tra le più belle del Mediterraneo a pochi minuti da casa e per di più sono proprietario ( o perlomeno lo è mio padre) di un albergo a 4 stelle giusto nel centro di Capri. Se voglio farmi la vacanza di mare, servito e riverito, faccio 20 metri dal cancello di casa, ditemi voi che senso ha andare in un altro posto a farsi i bagni nell’unico mese filato che ho di vacanza? Quindi al massimo destino nei miei viaggi non più di un giorno al mare. Quest’anno per motivi geografici la tappa di mare e’ capitata proprio all’inizio del percorso, il mare lo rivedrò se tutto va bene fra migliaia di chilometri, dalle parti del Bosforo e poi del Caucaso, ed avrà un altro colore, nero. Nondimeno mi è molto piaciuta questa giornata iniziale al mare nella terra dei Ciamuri, a Ksamil dove ho assaporato anche il piacere stamattina di un bagno all’alba, cosa che per una congerie di fattori a Capri mi concedo rare volte. Il bagno, nelle luci soffuse dell’aurora, e’ durato molto più del previsto per via di uno sgradito fuori programma: mentre nuotavo nella baia deserta e’ apparso sulla riva un branco di cani randagi latranti, ed io già immaginavo di vedere il mio barbagallo dilaniato tra le loro fauci aperte ( preso da un brivido naturistico mi ero buttato pure a mare in costume adamitico). Naturalmente il branco di cani era un altro segnale di ostilità inviatomi dagli dei, che stanno cominciando veramente a cacare un po’ il cazzo, manco un bagno in Santa pace. L’apparizione dei randagi pesca, e questo solo gli dei potevano saperlo, nella mia più grande fobia. Funziona così: non mi fanno paura ragni serpenti tarantole sanguisughe e rettili, tutta roba con cui ho avuto a che fare in altri viaggi a stretto contatto, ma se mi metti difronte un cane lupo che mi ringhia contro anche in pieno centro urbano mi paralizzo. Per poter dunque uscire dall acqua ho dovuto attendere l’arrivo di qualche altro umano, nella fattispecie un tizio che dubito abbia studiato all’accademia della Crusca e che, parlando solo albanese, ci ha messo un po’ prima di brandire un bastone e scacciare i cani, poiché sulle prime aveva travisato le mie richieste pensando che fossero delle avance di natura sessuale nei suoi confronti. Pensate un po’ voi ch scena patetica, io che col pesce da fuori nell’acqua cerco di richiamare l’attenzione di un fravecatore albanese che sulle prime mi manda a fanculo e si pensa che sono un ricchione che se lo vuole schiattare…. Comunque tutta la giornata e’ stata contrassegnata da bagni piuttosto singolari.
Dalla costa ciammurra mi addentro nell’Albania profonda su di un furgon, i minibus collettivi con cui ci si sposta qui, in direzione della prossima tappa molto attesa e densa di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta appunto di una sorta di misterioso geyser posto sul fondo sconosciuto di un fiume, nei pressi di un villaggio chiamato Mesopotamia. Il luogo non si rivela ovviamente facilmente al visitatore, il furgon mi lascia sulla strada per Argirocastro ad un incrocio con un tratto di 3 km da percorrere sotto un sole cocente e con lo zaino pesante in spalla. Ma la forma fisica e’ in netta crescita, prima di partire ero un rottame che faticava a salire via Krupp, ora invece, sarà l’adrenalina del viaggio o il potere magico dello zainone, mi sento di colpo come un toro pronto a sbrindellare l’imene di 20 giovenche e mi scieoppo la salita con 20 chili in groppa a tempo di record, lasciandomi alle spalle una banda di lagnosi fiorentini ai ferri corti gli uno con gli altri. La Sorgente dell’Occhio Blu non tradisce le attese e si disvela come un luogo magico, di enorme bellezza: tutti le tonalità di blu dal turchese all’acquamarina stanno dentro questo vortice di acqua gelata tra i cespugli di mirto e ginepro. Sul posto due ragazzacci albanesi si atteggiano a galli sulla munnezza, avvertendo che il bagno in quel posto e’ roba per i soli locali e mai nessuno straniero e’riuscito a stare sopra il getto gelato del geyser sotterraneo per più di pochi secondi…ok, nessuno straniero, ma questi da quanti secoli non vedono un epigono degli Argonauti giungere qui in carne ed ossa? Raccolgo il guanto di sfida e annuncio loro che avrei sostato sopra il getto gelato per almeno un minuto, azionassero i cronometri. Salgo su una quercia concava e mi tuffo….pochi secondi e con l’acqua che monta da sotto a mo di Jacuzzi verso il basso inguine, provo la stessa sensazione che doveva provare quel ragazzo dai modi gentili e paciosi, soprannominato diciamo “Degustatore di ratti”, ai tempi della militanza nelle giovanili della Caprese giù da Germano, quando degli altri tizi un po’ bulli di Marina Grande si producevano nei suoi confronti in un scherzo davvero assai cretino, che consisteva nell’inmobilizzarlo e spruzzargli sulle parti intime quello spray gelato che si usa contro le contusioni…non c’è bisogno di fa correr il cronometro fino a 10 che sono fuori dall’acqua ma poco dopo mi imbatto in un tizio che cucina su una griglia le trote da lui pescate col vino da lui coltivato, il tutto per 600 leke, al cambio attuale manco 4 euro. Stupenda la Sorgente dell’Occhio Blu!

Dopo poco mi rimetto in marcia ma poco dopo vengo raccattato da un simpatico signore col Suv e dal figlio, selezionato da un’università canadese per giocare nella nazionale canadese di handball, e mi danno un passaggio fino alla prossima meta: Argirocastro, letteralmente la Fortezza d’Argento. Scanaliamo un paso di montagna e ci tuffiamo nella valle del Drinos e ci siamo, il posto e’una bellissima cittadella medievale abbarbicata sotto un castello, con case ottomane del seicento e vie lastricate in cui è bellissimo perdersi nella luce corrusca del tramonto.

Argirocastro e’un luogo speciale anche per tutta una serie di personaggi a cui è legata: 1) Ali Pasha, potente pirata turco che qui eresse il suo inespugnabile castello e che nel sedicesimo secolo mise a ferro e fuoco le coste italiane. Ricollegandosi al discorso di ieri dei Ciammurri, e’ più che probabile che Ali Pasha e i suoi giannizzeri abbiamo sovente infilato la loro scimitarra di pelle nella pancia di nostre antenate capresi
2) Brancaleone da Norcia: qui e’ ambientata l’epopeea dell’Armata Brancaleone, uno dei miei film preferiti
3) Mr Durmi, gestore del ristorante Kulimi, uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Le rane fritte sono di un afrodisiaco che annichilisce il Cialis.
4) il dittatore dell’epoca comunista Enver Hoxha, uno nella top ten dei dittatori psicopatici, sul genere di quello della Corea del Nord, di quelli ch si ingrippano a scorticare via la storia da un paese per piegarla ala loro demenziale idea di mondo e la conseguente architettura. Ma visto che era nato qui, ha pensato di fare un’eccezione e risparmiare Argirocastro dallo scempio comunista.
Io qui ci arrivo molto prima delle luce corrusche del tramonto, sotto il sole battente della calandrella alle 4 di pomeriggio e mi abbarbico lungo ste vie vie verticali fino ad un dimora storica segnalata dalla guida. Il luogo merita la sfacchinata, e’ una sorta di castello ottomano, ma ad un aprirmi arriva una donzella che mi dice che l’albergo e’ pieno. Tuttavia nel vedermi tutto trafelato si muove a compassione e comincia a prepararmi una premuta di limone, poi prende a chiamare una dozzina di pensioni per trovarmi dove dormire. Comincio a pensare che questa rappresenta il classico mezzo cuofano che un vero uomo rispettabile, in un venerdì sera e dopo il settimo drink, deve carriarsi, altrimenti perde la sua rispettabilità. Ma la tipa rivela subito una sua altra natura molto più prosaica: la granita e’ a pagamento e persino una ad uno le telefonate fatte hanno un, seppur esiguo, costo. Alla fine mi trova un posto dove dormire ma la prendo sul cazzo, e poi il posto e’ un casermone insignificante, quindi mi risolvo a scegliere un altro alberghetto difronte al casermone, che però è proprio il cesso. Sei piani a piedi, materasso in lana modello caserma del dopoguerra e commuoglio del cesso tranciato in due come da un colpo d’ascia, boh. E qui si manifesta l’ultimo bagno della giornata: trovo una sorta di shampoo in camera ed essendone io sprovvisto lo uso, forse pensando che lo deve aver dimenticato il precedente cliente. Non so che roba sia ma si rivela per esser una sorta di melassa che mi azzecca i capelli in una sorta di bukkake strano.
E pensare poi che qui è stranamente pieno di botteghe di barbiere, che fungono anche da bar. Ed e’ un piacere irriverente stare seduti fuori ste botteghe a parlare con gli anziani del posto a bere raki, a litigare sul calcio e trovare un punto d un’unione sul nostro idolo comune, Behrami, il valoroso Valon.
Domani mi aspetta una giornata da bollino rosso, segnata nel programma come il Bloody Saturday. Sveglia all’alba e su con un furgon per la Strada Fascista per il Burmash Pass e le Grammoz Mountains, fino alla città di Korca e poi giù, attraverso un valico di frontiera in Macedonia, sul lago di Prespa, alla volta di Golem Grad, un’isola sul lago abitata da solo serpenti. Si tratta di 8-9 ore su strade sgarrupate e dentro furgoncini scassati,ma io al mondo qualcosa più bello di questo ancora non l’ho trovato.

Il Vello d’oro – giorno 2- Lo sbarco nella terra degli Originals Ciammurri

“Menin aiede tea Peleiades Achilleos oulomenov”
Cantami o dea l’ira funesta del Pelide Achille….questi sono i versi iniziali dell’Iliade, che danno un senso a tutto il dramma e la storia , in cui si affaccia il concetto di “yubris” di Achille, tradotto non proprio esattamente come “ira funesta”: più probabilmente la yubris e’ l’arroganza, la tracotanza, l’empieta’ dell’eroe che sfida gli dei, che con la sua audacia baldanzosa contravviene il Logos naturale delle cose…..qua non ho fatto manco a tempo ad arrivare che mi sono macchiato pure io del poco della Yubris. Si’, perché alla fine ho deciso di tagliar il prologo di questa avventura, che rivestiva un carattere simbolico e propiziatorio: ho deciso inavvertitamente di tagliare la tappa al fiume Acheronte per evocare le anime deli Argonauti ed ingraziarmi il favore degli dei. Mi sono deciso a questo taglio così, arbitrariamente, senza pensare quanto empia sarebbe risultata la mia azione e quanto avrebbe infastidito Giasone e gli altri che sto Palillo di cazzo sbarcava qua a volersi atteggiare bello e buono a fare l’Argonauta. Ma l’ho fatto in buona fede diciamo, estenuato da una nottataccia infame e da una considerazione di fondo: il fatto che l’Acheronte stesse in Grecia. Beninteso, niente contro la Grecia bellissimo paese o contro i suoi abitanti, ma il problema sono piuttosto quelli che la bazzicano d’estate, ovvero torme di italiani della peggior risma, rumorosi e maleducati. Ogni estate una turba di sconsiderati avventori del Belpaese violenta questa antica terra; forse lo sciagurato sogno di Mussolini, “spezzeremo le reni alla Grecia”, lungi dal realizzarsi sotto il punto di vista bellico nel ’41, si materializza ogni anno sulle spiagge di Corfù e Rodi, nelle balere di Paros e Mykonos. Divisioni ben equipaggiate di tamarri nostrani salpano per colonizzare siti archeologici coi loro Supersantos, battaglioni di pusillanimi portano i loro aperitivi stronzi da pidocchi arricchiti in luoghi di straordinaria bellezza, e su tutto la musica da discoteca impera e detta il verbo. L’Italia e’un paese dove le tragedie si manifestano nella sua gravità anni dopo: le dighe fatte a capa di cazzo crollano su villaggi inermi vent’anni dopo la costruzione, le palazzine appaltate ai mafiosi crollano perché fatte col cartongesso, la plastica il DDT e l’amianto con cui si facevano le scuole, dopo 50 anni si scopre erano, ma guarda, cancerogene. Tra una ventina d ‘anni si scopriranno tutti i guasti a livello cerebrale di sta zozzeria di musica con cui sono cresciuti sti neo-trogloditi del terzo millennio, che in una notte in nave sul ‘Adriatico, non spengono un secondo sto loro stereo a palla con sta musica di merda che non lascia dormire nessuno. E quando pure finisce la musica da discoteca attacca il rap, questa musica che in origine era il sound di ribellione dei ghetti neri americani, e che adesso nella versione italiota e’diventata la ribellione sedicente di adolescenti che manco per il cazzo hanno voglia di studiare o aprire un libro e si “ribellano” ai genitori stando lontano dalla stress a fumarsi le canne e giocare alle Playstation. Credo di aver avuto verso le sei di mattina una crisi del sistema vagale quando sulla nave ho dovuto ascoltare per la millesima volta sta rima di merda “sto lontano dallo stress fumo in poco e gioco a Pes”, cantata da sto giovinastri con aria ipnotica e a mo di inno generazionale, manco fosse Imagine di John Lennon o Like a Rolling Stone di Dylan. Che poi il tipo che la canta, un certo Pequeno, apprendo essere fidanzato di Njcole Minetti, cioè fidanzato si fa per dire, forse quando lei sta di festa o ha la batteria del cellulare scarico: tanta gente suppongo sia fidanzata con Nicole Minetti per una mezz’ora più il tempo di una sigaretta e una doccia…..
Vabbe ad ogni modo niente, taglio via l’Acheronte e mi direziono subito verso l’Albania via Corfù. Ma la vendetta degli dei era sul piatto…diciamo che sbarco in quello ch era l’antico Epiro, estremo sud dell’Albania, una terra su cui in tempi antichi regnava Pirro, un potente re così potente che oso’ un bel giorno sfidare il suo potente vicino, i Romani. Invase la penisola italiana con un forte esercito e vinse pure alcune battaglie ma ad un prezzo talmente sanguinoso da ritrovarsi presto senza mezzi. Tant’è che divenne proverbiale il detto “vittoria di Pirro” per indicare una vittoria troppo cara o inutile. Gira e rigira a furia di vincere ma in fin dei conti perdere Pirro ci rimise le penne e il suo regno cadde, prima sotto i Romani, poi finita l’era di Roma, sotto gli Ottomani. E appunto gli Ottomani ribattezzarono questa terra con un altro nome, da che si chiamava Epiro la chiamarono, la chiamarono…..ve lo dico dopo, giacché e’qui che si consuma la vendetta degli dei nei miei confronti e il tutto può essere intuito dalla cronistoria della giornata. Allora sbarco in una città di confine chiamata Saranda, in Albania. Questo paese si segnala per una serie di anomalie e caratteristiche proprio molto singolari, una di queste riguarda le autovetture: nel 91, alla caduta del comunismo circolavano in Albania non più di 500 automobili, in pratica meno di quanto ne stanno in sosta al parcheggio Brin una domenica pomeriggio. Poi caduto il regime si sviluppa una corsa al “mezzo e da tutta Europa arrivano, in un modo o nel altro, Mercedes e Audi a quantità. Ma a questo ci avevo già fatto caso la volta scorsa, 3 anni fa. Questa zona dell’Albania si segnala, oltre che per le Mercedes di grossa cilindrata, anche per un altra autovettura peculiare della zona: l’apecar, il trerrote che dir si voglia. Su uno di questi monto su e contratto un prezzo per raggiungere la meta prevista, un villaggio costiero chiamato Ksamil. Lungo la strada si ergono ovunque scheletri in cemento ed edifici di recente, recentissima edificazione, tirato su in una notte. Il conducente del trerrote pare quasi guardare con orgoglio a queste brutture e dice che anche lui è capace da solo in una notte di tirar fuori un bed& breakfast. Giungo a destinazione, il luogo non avrebbe nulla da invidiare ai Caraibi ma sta in Albania e ( per fortuna) e ignorato dai tour operator e dai babbei che a costoro si rivolgono. Piccolo inciso di natura polemica: in Albania, come in gran parte dei paesi ove sono stato, le spiagge anche le più belle sono liberamente accessibili. Poi se ti prendi il lettino, la sdraio o l’ombrello ne ok paghi, ma non è’ che viene espunto un fantomatico “ingresso” per entrare in un luogo che è già tuo in partenza. Ad ogni modo qui continuano i presagi funesti inviati dagli dei: mentre faccio il bagno una Medusa mi urtica la rotonda panza di birra ( che, lo dico per rassicurar le ormai poche mie estimatrici rimaste, conto di smaltire durante il viaggio). Ma l’ustione della Gorgona, forse un ultimo avvertimento a ravvedermi e a smettere di sfidare l’ira funesta degli dei, e’nulla a confronto dei presagi che continuano a manifestarsi. Gli abitanti del luogo parlano uno strano dialetto che ha qualcosa di usuale, con le vocali finali storpiate sempre in o, tipo “vieni ko” per dire vieni qua, “sciendi lo”, miett koo”….poi ad un tratto giro un promontorio e su un bellissimo isolotto il disegno divino si manifesta in tutta la sua crudeltà: sul bagniasciuga sta una pletora di giovinastri locali, pettoruti e tronfi come trichechi, intenti a fare tuffi a ripetizioni per compiacere i garruli esemplari di sesso femminile che guardano compiaciute….ogni tuffo e’ accompagnato da grida belluine cadenzate che tradotte significano qualcosa tipo “o coppe tiello” e ” a palla di cannone”. Poi uno, che pare il capo, sale su un pizzo, una sorta di faraglione o perché no, un capannioglio. Sale e fa un mega tuffo tra il plauso generale degli astanti, poi nuota via da vero maschio alfa…..a questo punto non posso più nascondermi, devo spiegarvi quale è la vendetta consumata dagli dei. Allora, dicevamo, questo era l’antico Epiro, ci stava Pirro, vinceva ma perdeva bla bla poi arrivarono i Romani bla bla bla, poi arrivano gli Ottomani che ribattezzano questa regione e la chiamano….è la chiamano ….e la chiamano……Ciamurria!!!!!! E i suoi abitanti, i Ciammurri!!!!!!! Sono finito nella terra dei Ciammurri, ecco spiegati gli apecar i colpi di mano con la fraveca e i tuffi a cufaniello!!!
La cosa tra l ‘altro ha un suo perché ance da un punto di vista filologico storico e ci tutta: il termine “ciammurro” viene indicato in senso dispregiativo a Capri a proposito degli anacapresi col significato di turchi. Secondo voi, i pirati turchi quando partivano per l’Italia da dove partivano se non da qui che è il punto più vicino alle coste italiane visto dall’altra parte del canale di Otranto? Inoltre da queste parti proveniva San Costanzo, che coi turchi aveva a che fare, forse come loro leggendario avversore, e se arrivo’ lui da qui a Capri, e’ possibile ipotizzare una migrazione di massa, a quei tempi non si viaggiava da soli.
Insomma, avrei dovuto percorrere un fiume, l’Acheronte, per fare un salto indietro nel tempo ed evocare delle anime protettrici, non lo fatto, ed un altro fiume, il fiume Ciam, che da nome alla Ciammuria, mi ha fatto fare un salto indietro alla casa di partenza, alla terra dei Ciammurri, dove sarei poito arrivare in un quarto d’ora con un bus Sippic. Ah la la yubris funesta del Palillo!
Al tramonto mi reco al sito archeologico bellissimo di Butrinto, per provare di riparare alla mia empietà e farmi perdonare dagli dei, cui chiedo di non essere poi così ostile con sto povero Palillo, mentre se ci racconto la grigliata di spigole, pezzogne cozze e calamari che mi sono fatto stasera per 15 euro marca un po’ troppo a capresotto che va in Thailandia, quindi Bonne nuit!

Il Vello d’oro- giorno 1- Si salpa

Con l’età e gli anni che passano si acquista esperienza e anche il viaggiatore più temerario acquisisce avvedutezza e senno: difatti io stavolta al momento della partenza da Capri e di prendere la funicolare per il porto ho acquistato già pure il biglietto di ritorno, perché l’anno scorso quando sono tornato io l’euro e ottanta centesimi per salire da Marina Grande a Capri non lo tenevo, poi il ragazzo impiegato al gate aveva letto il diario, gli era piaciuto e mi fece passare…
Ho passato molto del mio tempo nel ultimo mese a leggere e documentarmi sui tanti posti da vedere. Credo di conoscere a memoria i mini dei valichi di frontiera della Macedonia,potrei disegnare ad occhi chiusi una mappa orografica dei fiumi e dei monti dell’Albania, della rete stradale bulgara, dei siti UNESCO della Turchia e conosco ad uno ad uno gli eroi nazionali georgiani ed armeni. Ma qui siamo pir sempre nel campo della teoria, e la teoria non è mai stata un problema per me tutto sommato: quel che mi ha sempre fottuto e’la pratica, dove sono terribilmente deficitario. L’impresa nondimeno richiede un alto profilo di pragmaticita’ per essere portata a compimento e devo fare di necessità virtù. La creazione del bagaglio rientra sicuramente nelle attività “pratiche” ed e’ sempre stata un mio tallone d’Achille: l’anno scorso per la Transbalcanica avevo un improponibile sistema di due zaini, uno enorme dietro la schiena ed uno piccolo ma stracolmo sul davanti che mi rendeva agile come una papera con i cuccioli. Ma l’abisso lo raggiunsi due anni fa, quando mi presentai in uno sperduto villaggio indigeno del Rio Cayapas in Amazzonia abitato da indigeni con un elegante trolley color pesca griffato di mia mamma imbevuto fino al manico di fango. Roba da far rivoltare Levi Strauss nella tomba. Quest’anno la parola d’ordine e’ stata avere un bagaglio comodo e funzionale alla struppiata che mi attende: ho stipato fino all’inverosimile lo zaino predisponendo un sistema “matrioska” di zaini più piccoli all’interno dello stesso. Che uomo pratico! Ma quando poi ci si mette il fato avverso sono altri cazzi! Si, perché qualche felino di media taglia ha pensato bene di profumare con qualche sua secrezione urinaria lo zaino piccola “matrioska” che sta dentro quello grande, dando una fragranza inconfondibile a tutto il vestiario che mi porterò appresso ora fino in Caucaso. Che poi da uomo di mondo so fin troppo bene che significato ha questa minzione: e’pura strategia della tensione, ritorsione camorrista messa in atto da quel vecchio bastardo di New Planet, un gattaccio rosso che si aggira per il mio giardino a cui il mio Carbonello ha levato la purpetta dal piatto, ingallando e intorzando la panza alla gattina più bella del quartiere…..
In un altro anelito di praticità e di foraggiamento della francamente fin troppo gravida vacca dell’economia turistica caprese, ho poi pensato di esportare all’estero uno dei pochi brand di qualità rimasti: la marenna mozzarella &pomodoro della salumeria da Alduccio, da consumarsi sull’autostrada tra Napoli e Bari.

La strada passa sul luogo ove pochi giorni orsono si è consumata una delle peggiori tragedie automobilistiche degli ultimi sessant’anni, una delle tante tragedie ad orologeria dell’incuria italiana , poi si lascia alle spalle la Campania e comincia la Puglia ove cominciano le pale eoliche, supero un primo luogo carico di mitologia, Canne della battaglia, ove i mercenari numidiani di annibale annientarono le legioni romane, poi e’ la volta di Bari e del suo porto. Qui tutto per ora mi è stranamente comune: conosco quel cameriere con quella sia brutta alopecia e i suoi modi sgarbati, che vede in me un avventore di passaggio in attesa dell’imbarco e che mai penserebbe che io mi ricordo di lui; conosco quella coppia di cinquantenni in crisi che si imbarca pe la Croazia alla ricerca di una serenità coniugale che da a pugni con i messaggi che lui invia di nascosto all’amante: conosco quelle carovane di pellegrini diretti a Medjgorie a chiedere di guarire da mali incurabili o che la Madonna trovi un lavoro al figlio laureato e precario; quella giovane coppia nata in una discoteca il mese scorso va invece in Montenegro, mentre quei grassi e bisunti camionisti si imbarcano stanchi per l’Albania; quella turba di napoletani dell’hinterland si imbarca invece alla volta della Grecia col suo carico di creste, muscoli palestrati e iPod che sparano una musica rancida, e stanotte faranno a botte sul ponte della nave con gli inglesi già ubriachi,con cui già hanno cominciato a provocarsi a suon di cori da stadio. Ma qualsiasi cosa sarà, tutto ciò che passerà sotto il cielo rovente di questo giorno d’agosto mi sarà relativo, perché tra poco il sole tramonterà, proprio allora la nave alzerà il carrello e salperà, io in quel preciso istante mi sdraierò sul ponte della nave, vedrò la terra dissolversi nel tramonto, mi stapperò una birra, e sarà in quel preciso istante che mi sentirò l’uomo più felice sulla terra

Il Vello d’oro- Prologo

che ci siamo! E’ alfine arrivato il tanto agognato momento, il giorno più bello dell’anno forse per quel che mi riguarda, di sicuro il momento che preferisco di ogni viaggio, quello in cui riempio lo zaino di cose e di sogni.
Dove vado? beh se vi armate di un bel di pazienza ve lo spiego….Mi sono inventato questo bel viaggione pieno zuppo di mitologia e imprese epiche degne di un eroe omerico, con cui il prode Palillo dovrà confrontarsi se vorrà arrivare alla meta finale.
Allora l’idea è quella di salpare domani da Bari alla volta dell’Epiro, Grecia del Nord, per raggiungere alla spicciolata la prima metà, una sorta di preludio al viaggio dal forte valore simbolico: l’Acheronte. Trattasi del fiume che gli antichi greci credevano delimitasse il regno dei morti e sul quale navigava Caronte (inteso non come anticiclone portatore di bafuogno ma come traghettatore portatore appunto delle anime dei defunti). Il fiume esiste realmente, in una regione al confine tra Grecia e l’Albania e ha una bella gola profonda (ahaha) che percorrerò a piedi fino ad un sito di necromanzia ove è l’ingresso al regno dei Morti; lì evocherò a me le anime di coloro che devono guidarmi e darmi la luce in questa folle avventura: Giasone e gli Argonauti.
Volgerò poi a nord e, attraverso un luogo chiamato la Foresta di Pietra, raqgiungerò la prima tappa vera e propria, l’Albania. Qui incontrerò un mare cristallino e coste tra le più selvagge e inesplorate del mediterraneo e u bellissimo sito archeologico di recente tirato alla luce, Butrinto. Ancora qui sul tempio di Athena chiederò agli dei di non essermi ostili. Mi lascero poi alle spalle il mare Nostrum e mi addentrerò nel paese delle Aquile. Poco dopo dovrei raggiungere un luogo pieno di mistero e di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta di una sorta di geyser che da origine ad un lago di cui nessuno è riuscito ancora a misurare il fondo. M’imbatterò poi nella Fortezza d’Argento, Argirocastro, città medievale albanese che ha ispirato la saga dell’Armata Brancaleone ( ricordate io feudo di Aurocastro’). Da qui si diparte poi una strada impervia e unica attraverso centinai di km per monti, bunker e fortificazioni. Chi l’ha percorsa parla di una sorta di Muraglia Cinese, ma a costruirla furono gli italiani durante la poco gloriosa campagna della seconda Guerra Mondiale, tant’è che ancora oggi si chiama la Strada Fascista. Giunto bello stracquato che sarò alla fine sulla sommità di una montagna (ove dicono fanno una birra che non ha nulla da invidiare alla Guiness), vedrò apririsi sotto i miei occhi la mitica piana di Pelagonia e due laghi, uno più bello dell’altro ma entrambi in un altro paese, la Macedonia. Varcata la frontiera, farò rotta sul lago di Prespa, ove sorge un’altra tappa molto attesa, Golem Grad, letteralmente la Grande Città, in pratica un’isola disabitata dagli uomini e colonizzata solo da serpenti. Da li mi sposterò poi all’ antica Lychidnos,l la Città della Luce, oggi chiamata Ohrid e che da nome al lago omonimo. Sembra sia un luogo di straordinaria bellezza e vi farò base per 2-3 giorni per visitare i dintorni, che contano parchi naturali monasteri e strambi luoghi tipicamente balcanici, come la strampalata Repubblica di Vevcani, un peasino di montagna i cui abitanti proclamarono all’indomani della disgregazione della Jugoslavia una loro stampalata repubblica autonoma, non riconosciuta da nessuno stato estero a parte loro stessi.
Verrà poi la volta di una tappa molto attesa, Bjisket i Nemuna, le Montagne Maledette. Si tratta forse del secondo luogo più difficile da raggiungere in Europa (nel primo ci capitò più avanti), un remoto lembo di terra incuneato tra Albania, Montenegro e Kosovo ma mi pare di aver capito che da queste parti i confini non sono che una linea immaginaria nella testa dei geografi occidentali. Qui vivono comunità di pastori che applicano un antico codice di leggi, il Kanun, fondato sull’Onore e il diritto di faida ma anche sull’Ospitalità. Arrivare alle Montagne maledette è un’impresa non da poco, con un viaggio in furgone, seguito dalla risalita di una gola di un fiume in barca e poi lo scavalcamento di un passo in quota a dorso di mulo. Sembra ci sia un’ unica persona che faccia da guida agli stranieri verso questi luoghi, tale Lulash Bush, con cui poco fa ho avuto persino una strampalata conversazione telefonica, di questo tenore: ” ..hallo hallo..do i speak with mr Bush?” e lui: “Si, ma se tu dice me io presidente di America, io taglia tu testa”….questa per intenderci sarebbe di tutto il viaggio la sola cosa che assomiglia vagamente, molto vagamente ad una prenotazione o una riserva. Ad ogni modo nelle Montgne Maledette dovrei stare un paio di giorni, per poi, pensate che figata, imboccare un sentiero della retroguarduia dei miliziani dell’UCk ai tempi della guerra del kosovo, per entrare poi in Kosovo appunto attravreso la spettacolare Rugova Gorge. Il Kosovo mi ospiterà il tempo necessario a visitare bellissimi monasteri e moschee, quelli rimasti e la città martire di Prizren, detta la “piccola Sarajevo” per la sua composizione etnico eterogenea e lo stesso destino di distruzione e morte.
Verrà poi una fase del viaggio in cui dovrei ammollarmi a tutta una serie di eventi assolutamente singolari. Innanzitutto passerò da Skopje, dove sono sarò molto onorato di partecipare ad un matrimonio di persone locali, invitato dal padre dello sposo noto artista frequentatore di Capri. Poi mi direzionerò in Bulgaria, e qui la cosa a cui mi devo ammollare è da raccontare ai nipotini se mi riesce. Esiste questo luogo molto bello, detto le Montagne d’Acqua, ammantato di misticismo e magia. Si tratta di 7 laghi di montagna ove ogni anno, nella notte tra il 18 e 19 agosto si raduna una setta strana, detta dei Bogomiti o Deanoviani dal loro fondatore Peter Deanuov. Danzno in cerchio tutta la notte intorno al lago eseguendo misteriosi rituali. Frequentando il loro forum in maniera del tutto casuale, sono stato scambiato per un loro adepto e mi arrivano mail del tipo : “Fratello Palillo, l’ora della grande Illuminazione s’approssima, vieni e apri il tuo cuore all gioia…” E vabbuò mo vengo, sarò il capo-delegazione della fantomatica sezione del Sud Italia dei Bogomiti, che conta un solo iscritto finora, indovinate come si chiama…Mah, il nome della setta è la Fratellanza Bianca, io penso sarà una di quelle cose scopereccie new age, se poi mi trovo in una setta di nazisti omosessuali venitemi a cercare.
Verrà poi la bella città di Plovidiv e i monti Rodopi, ove Orfeo incantava col suo strumento le creature e ove sembra sia uno deigliori posti al mondo per fare una cosa che sogno da tempo: avvistare un orso. Sarò ormai in Tracia e raggiungerò in Turchia Edirne,ove si sfidano in gara lottatori cosparsi di olio di oliva. Ma sarà ormai vicina Istanbul, ove mi ammollo da un amico che mi ha promesso di portarmi al gezi park prima che scompaia. Cose che vanno a scomparire saranno il leit motiv di tutto l’attraversamento dell’Anatolia, per il quale ho diverse opzioni al momento sulle vie da percorrere. La più probabile al momento passa per la fiabesca Safranbolu, da cui viene lo zafferano, e Ankara, ove il bar più figo nientedimeno si chiama qube cafe. Da qui poi mi inoltrerò nel profondo Sud Est della Turchia, una regione sconosciuta a molti delgi stessi Turchi. Esiste una città santa ove nuotano carpe giganti nel Tigri, Sanliurfa. Una montgna con misteriose teste scolpite sulla sommità. E siamo ormai in Mesopotamia (anche se oggi prende il poco rassicurante nome di Kurdistan), quindi dopo il Tigri ci sta l’Eufrate e bordeggiando un confine poco simpatico quello con la Siria,incontrerò le antichissime Mardin, Mydita e Hasankeyf, che spero di fare in tempo a vedere giacchè scompariranno sotto una diga….Dalla capitale del Kurdistan Diyarbakir, costeggiando u altro confine bello tranquillo, quello con l’Iraq, raggiungerò la antica capitale del Regno Urartu, Van, che sorge sull’omonimo lago e ove esiste una razza di gatto unica al mondo bianca e con gli occhi di diverso colore. Costeggiando poi verso Nord il confine con L’Iran (dove se trovassi come avere il visto sogno di piantar la bandierina almeno un giorno), passate le scascate del Muradiye mi apparirà ormai maestoso dinanzi il monte Ararat, ove si posò l’arca di Noe. Sarò quindi ormai in Armenia, ove sta la antica capitale del regno armeno, distrutta dai mongoli di Ghengis Khan, la mitica Ani. Da li attraverserò i selvaggi monti Kackar, ottimi per il rafting e d antipasto delle montagne per antonomasia, il Grande Caucaso, metà finale. Entrerò in Georgia dalle parti di Trebisonda e dopo aver attraversato ancora monti, valli fiumi e luoghi di straordinaria bellezza, alla fine arriverò in un’inaccessibile regione, in una repubblica autoproclamasi detta Abkazia, ai confini della cecenia. Qui sta la regione dello Svaneti, isolata da secoli con il resto del mondo, con scenari da Signore degli Anelli, con i villaggi abitati più alti di Europa,ove gli abitanti parlano una lingua che deriva dal sumero e hanno una serie di bizzarre tradizioni, la più importante delle quali rappresenta il motivo del mio viaggio. Sì, perché giunto qui, alla fine lo troverò, sì lo troverò…..poi mi allungo un attimo nella bella capitale Tblisi e prendo una low cost per Roma, oppure se dovessero avanzare tempo e soldi (ne dubito) mi prendo una nave cargo che attraversa tutto il mar Nero indietro fino alla foce del Danubio dall’altra parte, proprio come fecero loro….. Scusa ma loro chi? e cosa è che devi trovare? Eh giustamente dimenticavo, perché lì, in quella regione nei monti del Caucaso dove parlano sumero, sembra che i fiumi siano gravidi di oro e la gente del posto setaccia i corsi d’acqua con delle pelli, dei velli di pecora o montone, ancora oggi esattamente come 3000 anni fa, quando qui nella Colchide sbarcarono gli Argonauti e trovarono il vello d’Oro. Molti secoli dopo tocca a me ripetere questa avventura e ripercorrere il viaggio degli Argonauti. Ed orsù dunque, parti prode Palillo, alla ricerca del Vello d’Oro!!

Mantua me genuit

Come molti di voi già sapranno, questo è il verso iniziale di un celebre epitaffio, un’iscrizione funebre apposta su un tomba esposta peraltro proprio a Napoli. Parliamo ovviamente del poeta latino Virgilio. Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città.

Della cittadina secondo la geografia dell’epoca “cisalpina”, Virgilio è certamente il figlio più celebre ma, venendo qui, ho presto scoperto che un numero sorprendente di persone e cose celebri sono nate a Mantova: un po’ tutti i Gonzaga come era facile intuire ma anche il pilota Nuvolari e il centravanti “Bonimba” Boninsegna, il buffone di corte Rigoletto cantato poi da Verdi, la torta “sbrisolona” che ultimamente fa furore un po’ ovunque e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.

Mantova si presenta subito benissimo dall’albergo intitolato ai Gonzaga er affacciato proprio su piazza Sordello. Sto Sordello pare fosse un troubadour del 13esimo secolo, nato da queste parti e poi seppellito a Napoli, esattamente come Virgilio. Insomma, se a Mantova fate poesia poi vi atterrano a Napoli…non male! Per la verità mi piace già il viaggio in treno per arrivarci a Mantova, con una sgangherata linea regionale (anzi interregionale) che si dirama a Modena dalla via Emilia per addentrarsi nella Padania più profonda, quella di casolari dediti all’allevamento di maiali (è la zona con la più alta concentrazione di zootecnia al mondo) e tanta tanta nebbia. Si passa il po e alcuni luoghi di battaglia più volte ripetute nella storia, come Curtatone da cui passarono i Lanzechenecchi per andare a saccheggiare Roma su “soffiata” del Gonzaga ma dove secoli dopo anche l’esercito piemontese prese una bella scoppola dagli austriaci nei primi tentativi di fare l’Italia. E alla fine di un pianoro che più piatto non si può appare Mantova, utopia rinascimentale. Sarà la nebbia che va e viene o il Mincio che la cinge come un pitone ma si respira un’aria sospesa ipnotica in queste vie umidissime

L’attenzione viene subito polarizzata dal Palazzo Ducale che appare e scompare dalle nebbie, testa macrocefala di una piccola signoria che seppe regalarsi onori e splendori degni di un satrapo orientale. Il primo dei Gonzaga, Ludovico, aveva infatti ben chiaro che il prestigio di una famiglia dell’epoca passasse dalla fama dei pittori capaci di arruolare alla propria corte, e così tentó e riuscì nel “colpaccio” di quello che all’epoca era l’artista più in voga presso i suoi coetanei: più ancora che Leonardo o Michelangelo, nel Rinascimento splendeva la stella di Andrea Mantegna La Camera degli sposi all’interno di Palazzo Ducale vale da se un viaggio.

Il Palazzo risulta poi adornato di altre bellissime stanze, tante e tutte decorate con stucchi di pregevole fattura, ove splende la “stellina” di Bartolomeo Fetti, genio mancato per via della salute cagionevole che lo stroncó a soli 32 anniecco la bellissima sala dello Zodiaco.

Attraversando poi tutto il corso principale si arriva a quella che fu la Versailles mantovana dei Gonzaga, Palazzo Te, reggia del nipote di Ludovico, l’eccentrico Federico che ivi seppe far forma alle sue pulsioni e la sua frenesia sessuale che si dice smodata; o per meglio dire, trovó in Giulio Romano un architetto capace di dar forma ad esse sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze chissà se anche nella bellissima sala dei giganti che raffigura appunto la battaglia tra questi e gli dei dell’Olimpo

E poi sta la cucina mantovana: imperdibili i ravioli alla zucca direi, e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.

Insomma mi è piaciuta molto Mantova, scrigno di utopie nascoste e delicate

Il mestiere delle armi – Prologo

Il tema di fondo di questo breve diario di viaggio emerge da un ‘idea in itinere, nel senso che strada facendo ho rintracciato quello che può essere un minimo comune denominatore ai vari posti che visiterò a cavallo di questo Natale ovvero Mantova, Verona, Bolzano per poi trascorrere qualche giorno tra le innevate cime della Val Gardena. A pensarci bene tutti questi luoghi si legano non solo a significative battaglie nel corso dei secoli ma a qualcosa di più specifico emerso in esse: l’impiego di particolari armi utilizzate, tale da indirizzare le sorti dello scontro e conferire un ricordo particolare agli armigeri impegnati. Sulla scorta di questo retaggio, ho deciso di chiamare questo diario di viaggio “Il mestiere delle armi”, piccolo omaggio anche al grande regista Ermanno Olmi che ci ha da poco lasciati.

Il suo omonimo film del 2001 ricostruisce le ultime vicende terrene di un capitano di ventura cinquecentesco di particolare coraggio e virtù, tale Giovanni dei Medici noto anche come “Giovanni dalle Bande nere” per la pratica, adottata da lui e le sue truppe, di annerirsi col fuoco le armature al fine di poter assaltare anche di notte. Una sorta di antesignana del ‘Cinquecento della tuta mimetica, eppure non sarà questa l’arma a risultar fatale al nostro bel Giovanni e a segnarne il destino: il film infatti ricostruisce gli esiti di un conflitto intervenuto nel 1526 tra una terribile e folta soldataglia di mercenari, nota col famigerato nome di Lanzechenecchi e calata in Italia col dichiarato intento di saccheggiare Roma, ed il debole e raccogliticcio esercito pontificio che prova a sbarrargli il passo, con a capo il nostro valente Giovannino.

Il coraggio di quest’ultimo unito alla sua sagacia militare (che punta ad una tattica di logoramento e guerriglia ai danni dell’assai numericamente superiore avversario) vengono al fine sbaragliati da un duplice tradimento: quello dei signori di Ferrara, gli Estensi, che in cambio di un matrimonio di interesse vendono all’esercito lanzichenecco dei micidiali pezzi d’artigliera, del modello cd “falconetto”, che feriranno proprio Giovanni ad una gamba, nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici. Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.