Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

El mundo perdido- giorni 19 e 20: la fine del mondo

Fino ad oggi ero solito ripetere a me stesso e a chi me lo chiedesse che il posto più bello del mondo fosse la baia dei Faraglioni di Capri non lo dirò più e non certo perché non ami più quel luogo, ma il motivo è presto detto Machu Picchu prima ancora che un luogo magico è un luogo comune. Nel senso che possono adoperarsi per esso tante di quelle frasi fatte definibili come tali ed ognuna di esse qui riesce a trovare un fondo di verità. Proviamo a vedere quali: “è un luogo che toglie il fiato”, vero e a quello ci pensa già l’altitudine tra l’altro; “è un luogo ove andare almeno nella vita”: assolutamente, capisco chi non ne ha possibilità, diversamente potreste un giorno finire a rimpiangere fino all’ultimo minuto e all’ultimo spicciolo buttati su qualche cesso di spiaggia di Sharm El Sheik o delle Canarie, pensateci finché siete in tempo; “non vi sono parole per descrivere un luogo così”, no, questo non lo accetto, non è un luogo comune ma una menzogna: vi sono sempre parole per descrivere la bellezza, proviamo a trovare quali. La prima cosa che noti arrivando qui è che si tratti di un luogo davvero inaccessibile, di conseguenza questo arrivare è lungo e tortuoso perché gli elementi della natura paiono essersi messi di impegno a disegnare un paesaggio impossible. Passata Ollantaytambo, il fiume Urubamba si incassa entro montagne altissime orlate da ghiacciai, solcando una valle sempre piu profonda stretta si che a fatica si riesce a vedere il cielo la valle è così angusta che vi è posto solo per la ferrovia e un cammino a piedi mentre nessuna strada carrozzabile arriva qui. Già il treno: questo è davvero il viaggio in treno più bello del mondo, a capofitto in queste valli come trascinati dal fiume verso una destinazione finale così leggendaria. Della bellezza paiono consapevoli anche gli operatori ferroviari peruviani che applicano a questa tratta tariffe da paesi scandinavi. Il fiume prende poi a disegnare come una spirale inarrestabile in una giungla sempre più fitta, fino a sbattere contro una diga, opera di ingegno notevole attesa la conformazione dei luoghi. Da questo punto, noto a tutti gli appassionati di trekking come “la Hidroeletrica” si scende come lungo una specie di cascata soft all’univo insediamento umano nel raggio di un centinaio di km, Aguas Calientes. A tale suggestivo nome non fa seguito alcun bellezza ahimè del luogo, sviluppatosi frettolosamente come un groviglio di calcestruzzo per l’offerta ai turisti in visita al Machu Picchu. Nella sua bruttezza e nella sua spendita di cemento mi ha ricordato certe città turistiche della Thailandia. Eppure il borgo avrebbe avuto modo di essere assai più bello, bagnato da questo fiume magico che qui incontra certe bellissime pietre dalla forma rotonda su cui si infrange in bianche spume ma fa niente, la sua bruttezza verrà dimenticata presto dallo tsunami di bellezza che sta per travolgervi. L’alba del giorno di ascesa alla montagna sacra vengo svegliato dal cinguettio di un bellissimo uccellino rimasto prigioniero nel bagno ha la testa variopinta di mille colori e lo associo ad un messaggero divino mandato dagli dei che sovraintendono alla Vecchia Montagna. Lo leggo come un presagio benigno. Assai più funesto si rivelerà nella lunga e faticosa ascesa alla Porta del Sole l’invio divino di certi inafferrabili moscerini verdi simili a diavoli volanti che mi tempestano di dolorosi morsi le mani . Ah già la Porta del Sole: un nome così lascia molte aspettative in chi legge, che credo di poter ripagare è il luogo da cui vedrete apparire il sito noto come Machu Picchu, anche se esso è in verità il nome della grande montagna su cui si trova la Porta del Sole e da cui è scattata questa foto stessa. Quel famoso colle che domina la città ha invece il nome di Wayna Picchu, che significa “giovane cima” mentre “Machu” sta per vecchia. da qui tocca finalmente scendere e tuffarsi in qualcosa dalla bellezza irreale. L’ultima parola che viene da usare per descriverlo è “rovine” o “resti”, perché quelle mura, quei templi incredibili, quelle pietre pare di sentirle respirare, sanguinare la torma vociante di turisti riesce qui a scalfire solo minimamente la bellezza e il rapimento estatico. State pur certi che se avrete la fortuna di venire qui e scendere dalla Porta del Sole a Machu Picchu, vi passerà tutta la vita davanti e non potrete fare a meno di piangere. simbolicamente il mio viaggio finisce qui, nel posto dove un viaggio può solo finire, non iniziare. Per la verità mi aspetta ancora qualche giorno dove dovrò recuperare un bagaglio sparpagliato per mezzo Sudamerica, tra Lima, Cartagena e Bogotà, l’emozione di un tramonto sul Pacifico e qualche altra avventura che eviterò di raccontarci, perché Machu Picchu è il luogo dove tutto ha fine E’ stata una gigantesca avventura vissuta a 1000 all’ora tra scenari che è difficile immaginare più diversi, rimbalzando per 3 settimane tra i Caraibi e le Ande, le giungle avvolte dalle nebbie e le città soffocate dallo smog.Scrivere il diario mi aiutava come sempre a ricostruire ciò che stavo facendo ma stavolta è stato difficile perché davvero gli stacchi drastici di scenari incredibili rendevano arduo il compito. Ognuno di essi è stato a suo modo un “mundo perdido”, dove tuttavia ho capito di non aver perso la mia Libertà

El mundo perdido- giorno 14: Perù i come to you

Il cielo terso mi regala la possibilità di un viaggio aereo tra i più belli che ricordi, col jet che sorvola prima la regione dei Llanos colombiani per poi addentrarsi in volo sopra la Amazzonia più piena quello che pare fendere il cielo oltre che la terra, è lui, Sua Maestà il Rio della Amazzoni, che sorvoliamo in una regione che è una sorta di enclave colombiano in territorio brasiliano. La città si chiama Leticia, dista da Bogotà quanto Napoli da Stoccolma e da lì si può arrivare in barca in Brasile o in Perù. Già, il Perù: ho scelto il Perù alla fine, rinunciando proprio a Leticia e l’Amazzonia, ma sono sicuro che la mia scelta verrà ripagata. Il verde bottiglia dell’Amazzonia lascia il posto al beige delle Ande, che deflagrano poi in bianco di ghiacciai eterni, sebbene siamo pressoché all’equatore ed ecco le aspre morene andine, scavate dal ghiaccio e che ci regalano forti turbolenze il pensiero va presto a quella storia incredibile di quell’aereo precipitato sulle Ande con a bordo una squadra di rugby uruguaiana in viaggio verso il Cile. una delle storie più incredibili del secolo scorso: gran parte dei ragazzi riuscì a sopravvivere per settandue giorni, quando ormai le ricerche erano cessate ed erano dati per dispersi. Il coraggio di due di essi, che attraversarono le Ande a piedi, fino a chiamare i soccorsi fornì il buon esito della vicenda, ma per molti giorni i superstiti furono costretti a cibarsi con i corpi dei compagni morti . ma ecco il mare, anzi l’oceano: si tratta del Pacifico, che vedo per la seconda volta . Lima sorge su una sorta di piccolo piano rialzato di poche centinaia di metri rispetto al mare. Il tragitto dall’aeroporto in centro è reso un incubo dal traffico davvero assurdo e fuori controllo di questa città nonché dal solito tassista abusivo arraffone, che prova a farmi una sola con i soles, la valuta locale. Ad ogni modo, dopo tanto troppo traffico, si apre poi una bella piazza, intitolata a Saint Martin da lì si prosegue poi lungo un corso per la piazza più famosa del Perù, Plaza dos Armas. costruita come piazza marziale da Francisco Pizarro, le cui spoglie sono custodite mummificate nella splendida cattedrale alle mie spalle. Capiró poi che tutte le piazze del Perù prendono questo nome e devono la loro edificazione al periodo dell’invasione spagnola. Sulle prime Lima non mi lascia troppo favorevolmente impressionato, troppo affogata nel traffico e nel rumore. Vanta comunque eccellenti ristorante per una cucina, quella peruviana, che sta esplodendo meritatamente nel mondo. Bellissima tuttavia la luce in cui è immersa, una luce diversa, biancastra e accecante Vi tornerò a Lima, alla fine del viaggio, e spero di averne una impressione diversa. Per adesso proseguo verso un posto che si rivela subito magico. ma ne parleremo poi. Si, ho l’impressione di essere arrivato in uno dei posti più belli del mondo

El mundo perdido- giorno 13 : Cocora, una “frattura” surrealista tra le Ande

Una definizione molto semplice di surrealismo ci è offerta da quello che è il suo genio fondatore, Andre Breton, il quale ci dice che è il surrealismo altro non è che la trasposizione di un qualcosa o di un gesto assolutamente comuni in un contesto del tutto inusuale e difficile ad immaginarsi. Ed ecco dunque che il vate del surrealismo su tela, Renè Magritte prende un comune uomo in giacca e un’ ancor più comune mela e li sovrappone, creando un impulso surrealista.

Esistono a mio avviso anche luoghi ammantati di surrealismo: uno di questi mi è sempre apparso la basilica di Santa Maria della Salute a Venezia,

che pare ergersi dalle acque scure e salmastre dei canali come un fossile scolpito su un blocco calcareo. A mio avviso anche la villa Malaparte a Capri crea un certo effetto surrealista

anche se il criterio architettonico cui è ispirata, il razionalismo, dovrebbe esserne l’esatto negazione. Nel corso dei miei viaggi un luogo assolutamente pregno di surrealismo, ai confini dell’assurdo e del paradosso, lo incontrai in Namibia. Immaginatevi il deserto del Namib, il secondo più arido al mondo (il primo non è il Sahara ma sta in Antartide) e quello con le dune di sabbia più alte del mondo

il clima è talmente arido che le dune arrivano fino al mare, dove giacciono a decine di relitti affondati tanto da dare al posto il nome sinistro di costa degli scheletrì. Bene, qui dopo ore di deserto sormontati da dune vidi apparire, avvolta nelle nebbie, una città in perfetto stile tedesco, con in balconi in legno lavorato e la popolazione tedesca vestita col costume tipico bavarese, quello da Oktoberfest per capirci . Quel posto si chiama Swakmund un miraggio surrealista per davvero ! Ma veniamo ai “tempi nostri “: siamo sulle Ande, montagne altissime, capaci di toccare altitudini impensabili in Europa, con tante cime sopra i 6000 metri. La vegetazione non può che essere brulla a quelle quote ed infatti gli alberi cedono il passo al “paramo”, l’endemico ecosistema andino di giunchi e piante grasse ve le immaginereste mai qui su degli alberi che assocereste immediatamente a delle spiagge assolate come le palme? No, sicuramente. Invece qui nella valle del Cocora,’ce ne sono di altissime, le più alte del mondo si chiamano “palme della cera”, nome scientifico Ceroxylon quinduense, e sono le più alte del mondo, arrivando a misurare fino a 61 metri insomma delle palme- Palillo!Il viaggio per arrivarci è sin da subito bellissimo, a bordo di una di queste jeep residuate al secondo conflitto piove che Dio la manda ma fa niente. Siamo ai piedi del Nevado del Ruiz, uno scorbutico vulcano che nel 1989 eruttó, causando lo scioglimento del ghiacciaio e il conseguente fiume di fango, che travolse un villaggio sottostante, quello di Armero. Ricordo ancora perfettamente la terribile vicenda di una bambina incastrata nel fango per giorni, Oymara, cui fece seguito un tragico finale. Pochi anni fa invece un terremoto distrusse la quasi assonnante città di Armenia . Qui la natura sa essere amorevole e violenta , nel suo fratturarsi e ricomporsi . Quando si apre dinanzi a noi la valle, con tutti questi pinnacoli alieni, pare di trovarsi in un film di fantascienza la nebbia che le ammanta è ciò che ne garantisce anche l’esistenza, che si protrae per un bel po. Crescono di circa 50 cm l’anno, il che significa che per arrivare a 60 metri ci mettono 120 anni. Le popolazioni precolombiane ne estraevano una cera dal fusto, oggi sono specie protetta ed è vietato. Per addentrarsi nel parco, è molto pubblicizzata la visita a cavallo: sono indeciso e provo a salire a piedi ma poi il noleggio del quadrupede diviene una scelta obbligata, perché sulla unica via di accesso ad un certo punto si para innanzi un muro di merda equina e fango, che le mie già martoriate espadrillas non possono affrontare. Così mi noleggio per un paio di ore la vecchia Julianaa dispetto dell’aria placida, la vecchia cavalla è piuttosto nervosetta e si piglia questioni con gli altri destrieri, tutti più giovani e aitanti per la verità che incontriamo. la poverina riesce comunque a regalarmi del bellissimo tempo, in questo posto fantastico. La valle del Cocora si mostra come uno scenario tra i più belli che abbia mai visto. Una gemma nascosta, dove conto di tornare. Ma ora è tempo di andare, mi attende un lungo viaggio verso una meta molto lontana, anche essa sicuramente fantastica

El mundo perdido – giorno 11: buongiornissimo kafesito

Dovesse mai esistere una competizione internazionale di quel complesso ed eclettico fenomeno socio-culturale conosciuto col nome di “Buongiornissimo kaffee”, beh, senza false modestie, credo che a sto punto della storia potrei gareggiare per un podio o anche qualcosa di più

Parlo della modalità di “Buongiornissimo kaffee” che si esplicita presso terzi, di solito con un augurio o una frase abbastanza trasha mezzo social o da vicino, attraverso l’offerta svaccata di un caffè o di un dolcino, non senza una punta di innocente rattusamma. Ecco di solito mi diletto a fare i “Buongiornissimo Kaffee” a Capri alle amiche che lavorano per negozi e uffici in centro, presentandomi col caffè e le pasterelle dell’albergo.

Stavolta ho deciso di alzare un po’ l’asticella. Poco prima di imbarcarmi per sto viaggio ho appreso che da qualche parte nell’Eje Cafetero, la regione ove si concentra la maggiore produzione di caffè del mondo, vive un mio procugino mai conosciuto prima, che ha installato qui un “jardin exotico” ispirato a principi filosofici mutuati dal buddismo e dove è presente una straordinaria moltitudine di piante provenienti da ogni angolo del mondo nonché da animali rarissimi. Dalla pagina del sito web è dato ad esempio di capire della presenza di tartarughe giganti e piante carnivore. Questo almeno è quanto so in partenza e nulla più….Diciamo che il problema appare il dato che dall’inizio del viaggio non ho ancora assorbito il jet lag, così da ormai dieci e più giorni, qualsiasi cosa abbia fatto la sera prima, prendo a svegliarmi di soprassalto alle 5 di mattina che in Italia corrisponderebbero alla tarda mattinata: è l’ora in cui mi si affollano in testa le idee più brillanti e partorisco disastri. Quello del giorno poggia sulla solida e razionale equazione regione della produzione del caffè- Buongiornissimo Kaffee, insomma comincia a sembrarmi irresistibile l’idea di andare a conoscere il mio cugino nelle alture colombiane senza dargli preavviso, fare quindi un Buongiornissimo Kaffee nella patria mondiale del Caffè!!! Vamos a poner un Buenas dias cafesito!! Adelante! Ora si tratta però di andare un attimo un attimo a beccarlo.

L’Eje Cafetero è una regione dell’interno ad ovest di Bogotà, prevalentemente montuosa e scarsamente collegata col resto del paese, piuttosto lontano dalle rotte turistiche, se per esse almeno intendiamo località come Cartagena e la costa del Caribe, su cui adesso mi trovo.

Insomma, un paio di ore scarse prima del decollo prenoto sto aereo per sta città chiamata Pereira, capitale della regione, da cui poi muovermi alla ricerca del Jardin di famiglia. In volo con sta low cost colombiana a fronte della quale la Ryan Air appare una congrega di frati dolciniani non interessati agli averi terreni, faccio pure la pensata di ordinarmi un nauseante caffè di qualche miscela industriale quando sto giusto per atterrare nel posto dove si coltivano le migliori qualità di esso al mondo: il contrappasso per una tale negligenza sarà una dissenteria che fa rima con compagnia, nel senso che la nostra amicizia perdura ancora adesso. Ma quella delle viscere in tempesta non è l’unica stimolazione sensoriale, per così dire, che avverto non appena sbarco in sta Pereira.

Il primo senso coinvolto è l’olfatto, giacché l’aria ovunque è inebriata di un odore fortissimo di caffè tostato, non dissimile da quello che capita di sentire quando si lascia troppo tempo sul fuoco la macchinetta della moka, che finisce per assumere quell’odore un po’ bruciacchiato

Viene poi coinvolta la vista, giacché dalle sfumature amaranto delle mura di Cartagena appoggiate al blu turchese del Caribe, mi trovo proiettato nel verde più verde di una natura che si mostra subito rigogliosa quasi fino a dare la sensazione di esplodere, con alberi e piante giganti che sembrano voler assalire le strade e i palazzi, come a volersi riprendere qualcosa che da molto poco tempo le è stato tolto: tutta la regione infatti è stata colonizzata ed edificata solo a fine ottocento, essendo prima una fitta giungla.

È poi la volta del mio sesto senso, che non è un potere paranormale particolare ma una facoltà comune a molti uomini e anche donne seppur solo metaforicamente, che è quella roteazione accelerata dei testicoli che mi prende allorquando mi imbatto in una delle categorie che devo dire maggiormente a livello statistico sia riuscita ad innescare tale sesto senso, quella dei tassisti. Ecco, per qualche motivo che mi sfugge, nella amena città di Pereira in Colombia il mestiere di tassista è svolto solo da malridotti ottuagenari, che considerano esso un diversivo saltuario alla partita a bocce ed alle bocce (tante) di vino o aguardiente. Quello che becco io davvero a confronto riuscirebbe a far apparire Vallansasca come un salutista istruttore di cross-fit, con un ciatillo alcolico alle nove di mattina e la prontezza di riflessi di un pachiderma abbuffato di chetamina del circo Togni. Non proprio un bel viatico dovendo partire per una meta sconosciuta in mezzo ad una campagna a tratti simile ad una giungla. Quello che so è che dobbiamo raggiungere un luogo chiamato Marsiglia e da lì attraversare un ponte, operazione che si rivelerà meno scontata di quanto si immagini.

Poi chiedere a qualche passante, visto che manco per il cazzo abbiamo un gps o una semplice connessione a Google maps, che il Vallansasca al volante manco sa cosa sia. Il problema è che del reperimento delle info ai passanti se ne occupa lui e per i primi 3-4 tentativi non ne riceviamo di utili per un semplice motivo: perché lui non formula come domanda il nome del posto dove siamo diretti ma di altri posti a cazzo. Chissà, forse l’indirizzo della sua fidanzata ai tempi del catechismo o del medico di fiducia ove sarà in cura per la cirrosi epatica, fatto sta che ovviamente a domanda sbagliata corrisponde risposta sbagliata dei passanti e cominciamo sto andirivieni su e giù per ste campagne ricolme di banani e canneti, ma del mio jardin exotico manco l’ombra. Quando poi intraversa la macchina nella carreggiata per fare una inversione a U all’ennesima indicazione errata, capisco che si è fatta ora di mandare un po’ a fanculo Vallansasca e proseguire a piedi, dopotutto sento che siamo in zona ormai. E infatti poco dopo, su una via sterrata, riconosco il logo del luogo che cercavo. Do una voce e vedo apparire da un patio una persona con un volto così simile a mia nonna e tanti altri miei familiari da eliminare ogni margine di errore. Anche il tono della voce e la camminata mi sembrano assolutamente quelli che contrassegnano la mia famiglia paterna, circostanza che realizzo solo adesso. Tra l’altro siamo parenti due volte, giacché una sorella di mio nonno sposó un fratello di mia nonna, ed il suo cognome è Ferraro. L’esordio è un po’ imbarazzato per entrambi ma poi ci stabilizziamo presto su una sintonia verso cui si incanalano due viaggiatori, tra mete raggiunte e “ferite di guerra”. Raffaele comincia a dischiudermi il suo mondo con una passione e una dedizione che trapelano da ogni parola e ogni suo gesto: ha ricreato in questo luogo un po’ fuori mano non uno ma una molteplicità di ecosistemi che accolgono migliaia di piante e decine di specie animali. È un giardino Kamala di ispirazione orientale, ove l’elemento caratterizzante è l’unicità delle specie custodite e accudite. Figurarsi che il giardino accoglie persino una palma estinta in natura nonché la pianta di felce più grande del mondo . Ma non siamo che all’inizio delle scoperte: uno stagno all’ingresso accoglie una moltitudine di piante acquatiche di almeno 3 continenti diverse, dalla Victoria amazzonica a specie di Zanzibar ed Etiopia passando per un enorme fiore di loto a sette veli appena schiuso. Si, il loto….semp’iss

Ma ecco che come Castore e Polluce le due custodi della casa si approssimano di buon grado incontro all’ospite.

Vengono dalle Seychelles e a dispetto delle dimensioni sono poco più che teenager di una esistenza che, secondo le stime medie, dovrebbe vederle per quasi un secolo e mezzo calpestare e tosare i prati. Ecco, ricordo questa storia esistente nel mondo del rock circa “i dannati 27” , l’età in cui le rockstar, almeno quelle più trasgressive e nichiliste o muoiono o si redimono dalla loro vita di sesso&vizi.

Per le tartarughe giganti delle Seychelles vale una regola inversa: al compimento del 27 anno (che cade proprio quest’anno!) gli animali diventano sessualmente fertili e atti alla riproduzione. Tra l’altro, piccola nota a margine, ricordo di aver già assistito al sonoro di una riproduzione tra tartarughe e davvero è notevole: urlano ed emettono gemiti peggio dei peggiori assatanati, gli manca solo di dare qualche porcata a denti stretti per essere davvero umane quando trombano.

E chissà sti due giganti quando si accoppieranno che concerto rock che sarà….

La visita prosegue alterando ecosistemi aridi, ove regnano cactus e le acacie

a umidi, dove le regine sono le passiflore e le specie acquatiche ma di certo le guest star più attese sono, almeno per chi è profano come me, loro:

le piante carnivore, capaci di inghiottire pure un uccello, con tecniche di “caccia” così sofisticate da racchiudere in un esile stelo principi di secoli di sviluppo tecnologico umano. Anche se sta da dire che in sto scatto sembro Bocelli che coglie il rosmarino

A proposito di inghiottire chissà quanto avrebbe avuto piacere a farlo con le mie dite la tartaruga alligatrice che siamo andati a scocciare. Ah e per finire il filone trash vi dico che è ospitato in giardino pure un esemplare di black bamboo

Beh a dire il vero neanche il tegu, un combattivo lucertolone argentino, ha gradito molto la visita, mentre più affabile si è dimostrato Thomas, l’iguana australiano. Ma è tempo di andare: mi ha riempito di gioia conoscere mio cugino Raffaele e scoprire la sua “utopia”, nel senso pieno di un mondo a se stante ricreato secondo leggi naturali. Abbiamo anche riflettuto su una certa componente creativa presente nella nostra famiglia e che si esplica in modi diversi nei vari interpreti. E il pensiero è volato subito ad un altro membro della nostra famiglia , creativo e di talento immenso oltre tutti noi altri: il nostro cugino scomparso Gianluigi.

El mundo perdido – giorno 10: Carthago delenda est

Ci sono luoghi dove non appena metti piede o forse ancora prima senti che ti entrano dentro, e quando te ne vai giuri a te stesso che vi ritornerai. Non è molto difficile che ciò accada qualora visitiate una delle islas del Rosario, e basta anche la più sbilenca e storta delle foto a spiegare il perché

Acque di un nitore impareggiabile, sabbia finissima in molti casi bianchissima, barriere coralline affollate di pesci variopinti, vegetazione lussureggiante, palme da cocco, milioni di uccelli che si danno appuntamento all’alba e al tramonto per un polifonico canto.

Nulla più e nulla meno del classico paradiso caraibico insomma. Eh avete detto niente: l’isola deserta (e paradisiaca) è il luogo forse più ricorrente dove un uomo sogna di trovarsi, e questo da sempre. Il concetto di “utopia” modellatosi nei secoli rimanda appunto sempre ad un’isola, un luogo posto al fuori e capace di affermarsi come mondo a se stante

(anche se a voler far proprio i professoroni, sarebbe più giusto parlare di “ectopia”). La cosa che comunque mi cattura ancor più il cuore è che questi minuscoli atolli corallini (37 in tutto, molti dei quali poco più che scogli) possiedono pure una longeva storia, molto accattivante a leggersi e ovviamente connessa al gigante che sorge sulla costa innanzi: la città che porta il nome di colei che diede i natali ad Annibale, parliamo ovviamente di Cartagena.

Vista da qui tra l’altro o meglio lungo il tormentato tragitto in barca per arrivarci, Cartagena non offre proprio il meglio di se, schiudendo alla vista solo la parte nuova, che presenta uno skyline in stile Miami di grattacieli sul mare, che forse qualcuno troverà affascinanti ma a me sembrano nulla più che una tamarrata.

Con le chiappe che, per via delle onde e della velocità di crociera folle, sbattono sul sedile come manco durante una performance di spanking estremo, riesco comunque ad intuire la geografia dei luoghi ora sonmersi dalla colata di calcestruzzo dei cessi verticali. Quelle che costeggiamo uscendo dal porto sono la Boca Chica e la Boca Granda, una sorta di delta di un fiume sotterraneo, come nel caso di Venezia, che articola una serie di canali che vanno poi a morire nel mare aperto. Essi sono alla base dello sviluppo di Cartagena sin dai tempi della sua creazione.

Ciò che rese Cartagena sin da subito il porto di attracco principale di tutti i galeoni spagnoli proveniente dall’Europa o dall’Africa nonché il punto di raccolta e imbarco per la Spagna delle enormi ricchezze in oro e minerali strappate alle povere popolazioni indigene, era il fatto di essere pressoché inespugnabile. Una flotta nemica che avesse voluto sbarcare lì si sarebbe dovuta andare ad infilare in un vicolo cieco di uno stretto canale (una sorta di fiordo in verità) profondo una decina di miglia marine e ed esposto al tiro di cannone dei difensori da ogni lato. L’incubo di ogni ammiraglio . Solo un uomo riteneva che Cartagine poteva essere presa . Quell’uomo era Francis Drake

in una notte senza luna del febbraio 1586 il Drake, simulando per giorni un diversivo, alla riuscì a far trovare dinanzi al porto 50 navi inglesi pronte a far fuoco sulle navi spagnole inermi nel porto come “fagiani nella tana “, mentre la totalità dell’imponente schieramento di cannoni spagnoli era direzionato verso inesistenti obiettivi. Drake, inventore del lavoro di “intelligence ” militare con la sua serie di efficienti spie disseminate in loco, era riuscito a prender la imprendibile città con un numero estremamente esiguo di morti e colpi sparati da ambo le parti. Si narra anche della insolita amicizia che il lord pirata seppe poi stringere con il governatore spagnolo sconfitto e fatto prigioniero, Alfonso Bravo a cui concesse di accudire la moglie morente. Ma al di la del lato umano interpersonale, il Drake dovette poi mostrare il pugno di ferro agli spagnoli che non ne volevano sapere di sganciare tutti l’oro che custodivano nei loro forzieri. Alla fine, per “far scendere da cavallo” gli Spagnoli e farsi rivelare dove tenevano nascosti i dobloni, al baronetto Francis toccó pronunciare la stessa frase con cui Catone il censore arringó molti secoli prima il Senato Romano :”carthago delenda est”. Cartagine deve essere distrutta: e gli spagnoli cacciarono tutto e subito il cash che tenevano custodito. Pare che il Drake non si fidó di portare l’ingente bottino alla base operativa delle isole del Rosario, dove i suoi colleghi pirati non è che brillassero per rettitudine e onestà, ma imbarcó tutto l’oro su un galeone con viaggio di sola andata per l’Inghilterra. Ma torniamo alle islas del Rosario:ho impressione che una certa vocazione piratesca sia rimasta nei locali che girano per la spiaggia propinando a prezzi con oscillazioni telluriche le varie mercanzie in offerta . Perciò se ci andate, preparatevi a tirare molto sul prezzo, ma alla fine lasciatevi andare : non si tratta di acquistare cianfrusaglia ma questo tipo di delizie appena saltate fuori dalla spuma del mare, come la Venere di Botticelli

El mundo perdido – giorno 9: Cartagena, metropoli di carne

La definizione la prendo a nolo da Curzio Malaparte che la coniò per descrivere la Napoli del dopoguerra, e la incollo alla meta che mi si dischiude allo sguardo a questo punto del cammino, la suadente Cartagena de las Indias. Certo, in ossequio al suo nome ispirato a quella Cartagine secolare indomita rivale di Roma, anche la nostra perla del Caribe ha un passato pieno di guerre e devastazioni, diversamente da un presente oltremodo festoso e chiassoso, ove le uniche guerre plausibili appaiono quelle tra i vari accanitissimi venditori e saltimbanchi vari di strada.

Ecco, una chiave di lettura possibile per andare alla scoperta della bellissima Cartagena mi pare possa essere un metodo tripartito, che contempli il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Io decido di partire dal suo passato e la cosa pare sorprendere alquanto se non sbalordire il responsabile dell’ufficio turistico cui mi rivolgo per comprare una guida storica della città, giacché sembra sia il primo italiano che entri li dentro dall’inizio dell’anno ma forse da tempo ancor più immemore a formulare una domanda volta al reperimento di qualcosa di diverso dai due prodotti trainanti presso la clientela italiana: la bamba e le mignotte. Dovete provare a immaginarla sta scena di me che entrò in sto polveroso e sudaticcio ufficio dove dinanzi ad un traballante ventilatore scassato siedono omaccioni spanciati con le gambe sulla scrivania e l’aria sonnolenta di chi le ha già viste tutte per potersi svegliarsi ancora di soprassalto. . “Hola amigo, de vienes?” “. “Italia” . “ah italiano, yo tengo los chicas mas linda de Cartagena, 20-22 anos, blancas, negras, mulatas…” e così dicendo accompagna ad ogni etnia diversa dei vari “almuerzos” di carne in vendita un gusto delle dite che vanno giunte verso la bocca, come a simulare un bacio o qualcosa di molto gustoso. Faccio seccamente presente di non essere interessato alla sua proposta ma lui rincara la dose, quasi scusandosi per il malinteso : “ahhh, allora quieres bamba?” “No” “Scusa e allora che quieres???” “Cercavo una guida storica sulla città di Cartagena, in particolare sul periodo della Santa Inquisizione e sulla figura del Marchese de Blas” Attimi di imbarazzato silenzio e poi “😂😂😂😂😂😂😂😂”. Fragorosa risata di massa che squarcia le pareti. Me ne sono uscito da quella sottospecie di agenzia turistica mentre quella scanzonata accolita di papponi & pusher ancora mi spernacchiava intonandocon tono semiserio: “la sacra In-qui-tion de Espanaa”, facendo seguire un’altra risata di gruppo e mettendomi per un attimo per la testa il grillo di cantarli alla polizia, giusto per vedere se anche dinanzi ad un pubblico ufficiale mantenessero quell’umorismo cosi british. Ma soprassiedo ovviamente.Anche perché Cartagena è stupenda e c’è tanto, tantissimo da vedere e da vivere. Singolare che il palazzo più bello e a cui è riservato un posto centrale nella piazza principale sia quello riservato alla Sacra Inquisizione che da ste parti fece fuoco e fiamme, con migliaia di donne mandate al rogo e decine di processi per stregoneria. La singolarità si accresce se si riflette sul fatto che questo era il porto di arriva dall’Africa di migliaia se non milioni di schiavi africani, che venivano qui regolarmente venduti al miglior offerente per essere destinati al lavoro nelle piantagioni . Insomma se si strappa un essere umano alla sua famiglia e la sua terra, lo si imbarca su un galeone o lo si vende in una piazza oltreoceano come uno stock di pesce surgelato, va bene; se può una donna tradisce il marito, viene arsa viva come strega….ad ogni modo la città vide anche l’emersione nel clero di personalità di alto spicco e encomiabile umanità, come San Pedro de Claver (cui è dedicata la chiesa alle mie spalle), primo santo del nuovo mondo che dedicó la vita all’assistenza appunto degli schiavi africani il tutto serve a fornire un quadro sull’importanza che la città ebbe sin dai primi anni della sua fondazione nel 1512, pur passando attraverso guerre e distruzioni, bottino appetito da eserciti e pirati per la sua ricchezza ma del suo passato burrascoso ci occuperemo poi. Torniamo al suo presente fatto di tanta tanta festa tra le centinaia di edifici coloniali splendidamente conservati a suo modo per le eleganti strade si combatte una guerra ancora oggi: quella tra gang rivali, ognuna delle quali presa ad inculare una fetta di mercato di turisti diversa. Stanno le donnone afro venditrici di frutta, che mi spollano bello bello non appena varco le bellissime mura della città, affaticato col mio zaino poi stanno i venditori di acqua e birra, che mutano la notte in procacciatori di coca&mignotte, e poi stanno i miei preferiti, ragazzi dei ghetti che intonano stai freestyle rap latino, con dedica personalizzata al fesso che si ferma ad ascoltarli

“Italiano con le tue Linde scarpette, tiene mas plata che Cr7, you are the boss, youuu are the boss”. Ehhhh fuss a Maronna. Quanto poi alle linde scarpette….nu par i espadrillas scamazzate. tra cumbia, salsa e l’onnipresente raggaeton (di cui qua hanno addirittura inventato una versione 2.0 ancora più tamarra) la notte di Cartagena comincia. Prima dell’alba di dormire non se ne parla proprio

El mundo perdido – giorno 5: la cara al viento

Smaltiti che furono i bagordi dei 3 giorni e 3 notti di libagioni del matrimonio caraibico, il viaggio torna ad assumere ora una conformazione più consona al canovaccio, con destinazioni più inusuali e tanta tanta strada da percorrere Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga, un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno . cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etcil sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pescatornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati. insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas

In effetti il villaggio sembra memore di una prosperità che fu, come tutta l’isola d’altra parte, con decine di chiringuitos e capanni ormai chiusi per scarsa o ormai inesistente affluenza di turisti. La pastura di socialismo in salsa chavista all’equatore pare talvolta aver solo ridotto i luoghi a quei tristi tropici di cui parla Levi Strauss per altri motivi detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Dalla piccola imbarcazione salta giù, attorniato da famelici pellicani, anche un giovanissimo pescatore che intona con voce estremamente “suave” quella che pare hit impazzante a latitudine musicale raggaeton (una piaga sociale per quanto mi riguarda) ma che cela un testo gradevole e suggestivo, perché, come scopro ora, è in realtà una canzone della tradizione locale

“lento y contiento, la cara al viento”

El mundo perdido – giorno 3: la boda del siglo

“Boda” è un vocabolo spagnolo che non si traduce nell’italiano “botta” bensì viene usato , in un linguaggio gergale e informale credo, per indicare il matrimonio.

Si, le nozze. Sono venuto in Venezuela a prender parte ad un bellissimo matrimonio. Ho trovato tuttavia tempo e modo di rendere il termine “boda” traducibile nel più assonante “botta”, nel senso che ho chiavato una capata pazzesca dentro una porta. Ma di questo parleremo poi, concentriamoci adesso sull’evento. Siamo in Venezuela, a Isla Margarita nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima. Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata. poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno

Fa caldo, tanto caldo e poco dopo realizzo di essere l’unico fesso con la cravatta ma provo a resistere il tempo necessario per qualche foto, in modo da mettere a tacere anche varie amiche “tracine” use ad ironizzare sul mio rivedibile gusto in materia.

Il posto del matrimonio è bellissimo e il cielo regala anche una luna quasi piena che con le palme e il mare disegna un quadretto niente male

Molto belli anche gli sposi, cari ragazzi venezuelani molto legati alla loro terra martoriata. La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.

Ma mi rendo perfettamente conto che a sto punto voi che leggete state aspettando solo una cosa: di saperne di più su sta storia della capata. E vi accontento, diciamo che è stato un numero di alta scuola palilliana: inutile nascondere che avevo bevuto un bicchierino di troppo ma la colpa va rintracciata nel caporalato e nei massacranti turni di lavoro cui vengono sottoposti i giovani venezuelani assunti a fare gli extra ai matrimoni . Sì, perché la sala aveva un dentro e un fuori, separati da una porta a vetri di quelle scorrevoli automatiche. Il sistema doveva essere difettoso, così avevano adibito un volenteroso ragazzo a fungere da congegno azionante ovvero che aprisse e chiudesse la porta….vabbè avrete già capito; breve storia triste: il tizio ad un certo punto, dopo ore e ore poverino sarà andato a pisciare un attimo ed io, mentre, invitato alle danze da una donna molto avvenente, con troppa foga rientravo per lanciarmi in qualche ballo salsero. Sdeng. K.o tecnico, a terra con la fronte scassata e una bella mulignana che mi porterò dietro per tutto il viaggio, sai come sarò carino nelle foto. Una discreta figura di merda. Fine

L’orizzonte perduto- Giorno 24 : Chitwan, welcome to the jungle!

Il rumore di fondo che accompagna questo mio segmento di viaggio in Nepal, divenuto ahimè ormai usuale, è quello assai simile ad una macchina da caffè di quelle in uso nei bar un tempo, quelle azionabili con una leva che innescava il procedimento di riscaldamento dell’acqua e infusione coi chicchi. Niente di troppo complicato o desueto, lo avrete sicuramente presente quel suono roco onomatopeicamente trasferibile in un “Cohhhhiiiii”. Ecco qui tra i nepalesi il caffè espresso va poco di modo (sostituito dall”eccellente Masala Tea!) ma quel rumore o qualcosa di assai simile è onnipresente e ciò perché è quello con cui rimestano il loro cavo orale per tirarne poi fuori delle gigantesche e francamente schifose rascate. Ora avrete sicuramente capito : “Cohhhhiiii……Ppu”. Sembra davvero che qui non possano farne a meno, è un’abitudine deprecabile ma consueta come il lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche se questa catarsi della faringe ha luogo principalmente dopo pranzo, persino nei ristoranti attrezzati con apposite sputacchiere…..Non fanno eccezione altri luoghi pubblici come ad esempio autobus e infatti quello su cui mi trovo lancia dai finestrini scaracchi a ripetizione come proiettili da un blindato nella battaglia delle Ardenne. Ad ogni modo vale la pena di vedere dove sia diretta questa sputacchiera a motore, il che è assolutamente entusiasmante: la mia meta è il selvaggio Chitwan, letteralmente in lingua locale “cuore della Giungla”, una regione a sud- ovest di Katmandu appena fuori dalle catene montuose himalayane e ormai a ridosso delle pianure alluvionali indiane; la stessa India dista pochi chilometri in linea d’area dal Chitwan.

Il problema è arrivarci un attimo …

Il Nepal è un paese adagiato su un territorio che, ad eccezione della peraltro molto isolata valle di Kathmandu (dove vivono credo i 3/4 della popolazione), presenta asperità davvero notevoli e difficili a valicarsi, quadro reso ancor più difficile dalla pessima situazione delle strade, nella maggior parte dei casi delle fangaie non asfaltate e soggette ad ogni intemperie atmosferica. Il Chitwan dista da Katmandu forse 100km ma qui si tratta di una distanza siderale. Ad ogni modo il viaggio per arrivarci è molto ma molto bello ed inoltre, come ogni viaggiatore sa, esso è il viaggio stesso, a differenza di un turista che considera tutto ciò solo un come un seccante “spostamento “. Usciamo dalla verde valle di Katmandu all’altezza di un passo di montagna oltre il quale la strada precipita giù per parecchi chilometri fino ad inforcare il fondo-valle disegnato dal fiume Trisghuli dalle bianche spume tempestose e sul quale dovrei produrmi, udite udite, in una discesa in rafting. Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima: c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya. Nessuna paura: dopo l’imbarazzo iniziale leghiamo tutti alla grande creando l’amalgama necessario in una tale situazione e aiutandoci a vicenda in quella che è una discesa in gommone tutt’altro che esente da rischi. Il fiume ci spara subito in faccia una rapida che per poco non ci sommerge poi prendiamo ritmo e la sfanghiamo alla grande. A turno diamo il tempo di vogata dicendo ognuno nella propria lingua i numeri da uno a quattro, con l’israeliajixhe dice i numeri in arabo e i sauditi che rispondono in ebreo. Un vecchio motto in voga tra i backpackers recita: “Chi viaggia non è mai razzista”: sul fiume Trishuli in Nepal questa frase mi è sembrata più vera che mai .

Ad ogni modo sto ancora aspettando le riprese fatto dallo spagnolo dietro di me con la Go pro, dove io che siedo a prua esco secondo davvero in scene epiche, vedremo. Alla fine tra il tennista israeliano, gli Stanlio e Olio della Mecca e la coppia gay spagnola diventiamo tanto amici che, passato un ponte tibetano, andiamo tutti a mangiare in un postaccio chiamato Mugling ungo il percorso, giusto al bivio tra il Chitwan e la più gettonata Pokhara, in attesa dei rispettivi bus.

Io sono l’unico che prosegue per il Chitwan e quindi mi tocca un’attesa piuttosto lunga fino a che non mi carichi su uno sgangherato bus locale: in Nepal gli autobus si dividono in tourist-bus, appena appena più acconciatelli, e local-bus, dei catorci senza finestre in cui piove dentro e che ragliano sulla strada con un rumore così forte da poter essere solo anestetizzato con una musica locale perennemente a palla.

La risposta himalayana ancora più radical (ma giammai chic) ai cd “Chicken bus” sudamericani che forse qualcuno tra voi conoscerà. Ad ogni modo il viaggio è strepitoso: superata Mugling il bus gira subito a sinistra ovvero Sud e si infila nella gola di un altro fiume che disegna un paesaggio sempre più tropicale precipitando giù. Dopo 35 km a capofitto si arriva nel Chitwan: la mia meta è una città chiamata Sauraha, base di partenza per una serie di esplorazioni nella giungla.

È un luogo noto per i safari e l’avvistamento di animali. Qui, in un ecosistema paludoso vivono migliaia di uccelli, elefanti, orsi tibetani, coccodrilli in grande quantità e stupendi rinoceronti da un solo corno. Ma la parte del leone, quindi del cugino nel suo caso, la fa la tigre: qui vive la quasi estinta tigre del Bengala, e vederla sarebbe una di quelle esperienze da ricordare a vita.

Per adesso mi accoccolo in quello che con molto coraggio viene definito resort e gli avvistamenti principali riguardano ragni e insetti vari che affollano la stanza, costringendo a non voluti combattimenti alla Polifemo contro i prodi marinai di Ulisse. Già perché proprio come il Ciclope solo cieco dal momento che la luce la sera va via, l’acqua calda invece non si è mai vista e le condizioni igieniche ricordano quelle di un bagno chimico dopo il concerto del Primo Maggio. Eh…..però non manda il buonumore e dopo un primo bird-watching sul fiume riesco ad avvistare già il primo coccodrillo, che placidamente pare gustarsi il tramonto sul fiume ,ignaro o incurante del fatto che sta per scatenarsi un pandemonio di monsone che costringerà almeno me ad un frettoloso rientro al “Marriott”, su una strada che al buio è sconsigliata a percorrersi per la presenza di animali selvatici. In particolare pare che proprio i bellissimi rinoceronti ad un solo corno amino sguazzare in in pozza situata proprio all’ingresso, dal quale per ora l’unica fauna pervenuta sono zanzare che si librano è una Luftwaffe di zanzare grandi quanto una Malboro. A proposito quelle pure servono: a staccare le sanguisughe che quasi inevitabilmente si attaccano ai piedi. Ora mi lamento ma Axl mi aveva avvisato:

You know where you are? You’re in the jungle baby!