Il Vello d’oro- giorno 4- La “strada fascista”

Giorno 4
L’alba su Argirocastro conferisce un senso al nome della città, che letteralmente significa “Fortezza d’Argento”: il pallido sole del mattino bagna le pietraie di queste colline metallifere facendogli assumere sfumature argentine che quasi accecano. Al di la di questo suo nome pregno di mitologia, Argicastro e’ anche dal punto di vista storico un luogo che si presta all’epica e alle epopee di eroi e viandanti. Tra le tante rinvenute, scelgo quella che mi ha portato qui( che per la verità’ e’piuttosto di fantasia ma per me rappresenta qualcosa di storico nel senso di immortale), quella di Brancaleone da Norcia, che dopo lungo peregrinare giunge nel feudo di Aurocastro per reclamarne il possesso. Il nome e’ cambiato in Aurocastro, fortezza d’oro, ma è ispirato a questo luogo, anche perché ce lo vedrei proprio a Monicelli qui ad aggirarsi sgorbutico per le vie del paese e bere un raki con i vecchietti del paese.


Ma l’epopea di un’altra armata, assai più realistica e drammatica, si è consumata in questi luoghi: quella dell’Armata italiana durante la seconda guerra mondiale. Da Argirocastro parti’ l’invasione o meglio il tentativo di invasione italiano della Grecia, tramutatosi in uno sciagurato fallimento ed un bagno di sangue per le nostre truppe. Il comando italiano predispose un’invasione in larga scala, con un’offensiva su una linea di fronte molto esteso, che andava dai monti Grammoz fino al mare, anziché concentrare le truppe in un unico punto e tentare uno sfondamento.
Ma su tutta la linea le forze italiane non riuscirono a fare pochi km che furono arrestate dai difendenti greci, attestati dietro la cd linea Metaxas, un sistema di trincee e fortificazioni ispirato alla linea Maginot francese. Si tratterebbe di un sistema difensivo vecchio stile e ormai superato, come dimostrato sullo stesso campo di battaglia francese dai tedeschi, ma gli italiani non dispongono di mezzi corazzati degni di questo nome e quand’anche risultano scarsamente efficaci sulle alture del Pindo e del Golik. Il comando italiano si decide allora ad inviare un’intera divisione in avanti, oltre le linee nemiche, nel tentativo di aggirare da dietro il nemico e sperare in una crisi politica e sociale del paese greco. La divisione alpina della Julia viene mandata in avanti oltre le linee nemiche senza appoggi e con scarsi rifornimenti. L’avanzamento avviene a costi elevatissimi in termini di vite umane e quando ormai riesce, alla Julia viene impartito l’ordine di fare dietrofront perché il resto della linea dietro e’ormai impantanato, gli italiani da attaccanti sono costretti a difendersi e rischia di cadere proprio Argirocastro sede del comando generale. La ritirata e’un ulteriore bagno di sangue e la Julia viene più volte immolata per permettere il rientro del resto delle truppe ormai allo sbando. Presso un luogo non lontano da qui, che Brancaleone avrebbe chiamato “cavalcone”, il ponte di Perati, la Julia subisce una carneficina tra le peggiori della seconda guerra mondiale. In particolare il battaglione Cividale viene prescelto per tenere il ponte ad ogni costo e per un numero sufficiente di ore a permettere la ritirata del grosso delle truppe, sotto il tiro delle mitragliatrici e dei mortai greci. Dei 1.200 uomini che componevano il battaglione Cividale, dopo la battaglia del Ponte di Perati ne restano vivi 18. La terribile mattanza e’ricordata in un tristissimo canto alpino che recita: “Sul ponte di Perati bandiera nera/ e’ il grido della Julia che va alla guerra/ la meglio gioventù che va sottoterra.”

Tra gli alpini superstiti s’insinua un forte malcontento verso il regime fascista reo di averli imbarcati in questa campagna senza senso ( l’anno seguente la Grecia si sarebbe arresa ma alla Germania, non lasciando che poche briciole di territorio all’Italia) e tra le truppe si diffonde uno slogan, “Abbasso Mussolini l’assassino degli alpini”. Molti degli alpini superstiti al loro rientro in Italia riabbracciano il fucile ma per un’altra causa, quella del l’antifascismo, offendo la loro competenza militare e la capacità a muoversi in territorio montano alla Resistenza. Molti tra i reduci affermano che e’ durante la campagna di Grecia che è nato o perlomeno si è sviluppato in maniera visibile l’Antifascismo. Mi permettere questa digressione di cd “petite histoire”, termine bellissimo ma intraducibile in italiano a meno di tradirne il senso, e’come tradurre Palillo in inglese, viene fuori un “little stick” dopo aver udito il quale le ragazze americane sorridono imbarazzate e si allontanano equivocando per qualcosa di dimensioni insoddisfacenti.
Ma veniamo alla cronistoria di questa rutilante giornata: ci si sposta da Argirocastro a Korca attraverso una delle strade più pericolose e spettacolari al mondo, una sorta di muraglia cinese di fortificazioni e bunker messo su proprio dagli italiani tanto da darsi il nome di strada fascista. Il binomio strada-bunker qui in Albania e’piuttosto singolare: il fulminato dittatore Enver Hoxha aveva tra le sue mille paranoie quella di essere invaso così faceva di continuo distruggere e ricostruire le strade di confine, e fece costruire poi un milione e mezzo di orribili bunker in cemento armato,uno per ogni famiglia albanese. Si tratta di indistruttibili funghi, impossibili a rimuoversi perché pesantissimi che ancora oggi ovunque apprestano il paesaggio. Arriva il furgon da Saranda con la scritta “Korca”, dentro sono già stipati come sardine e sperano che il conducente non mi faccia salire. E’il classico caso di relativismo: quando sei giù da un bus o una metro, ti affretti e speri che quello non parta, dopo un secondo che sei a bordo iastemmi il conducente perché si sbrighi a partire e non faccia salire più nessuno. Una stronza Austriaca e’piu relativista di altre e chiede apertamente al conducente di non farmi salire, ma mr Nishi la manda fortunatamente a cagare. La prima ora di strada e’diciamo di riscaldamento, con il fondovalle del fiume Drinos e continui saliscendi. Si potrebbe accorciare il km magari facendo dei tunnel ma forare le montagne costano, così si sale e si scende da queste colline come avviene sempre in tutte le strade dei paesi poveri. Si svolta verso nord, la stronza austriaca ora vorrebbe che a scendere fosse il coducente perché lo ha visto bere una grappa al bar e al suo paesino di merda in Austria mettersi al volante dopo aver bevuto alcool comporta l’arresto immediato. Il bello e’che mentre questa parla, il marito da dietro cerca di apparare sorridendo e chiedendo scusa, guardando poi nel vuoto per chiedersi ancora una volta come ha fatto a sposare sto catafalco di femmina. Passata una città chiamata Permet, comincia l’ascesa verso il Barmash pass e comincia l’inferno. Chilometri di sterrato costellato di buche Nel furgon malandato cominciano ad agitarci come dentro una lavatrice, e lo sbattere senza sosta forse ci fa dimenticare gli orrendi burroni che si aprono lo sotto di noi, a pochi cm e senza parapetto manco a parlarne. Comincio a pensare di scendere anzi mi decido a farlo, mi dico “faccio un’altra curva e scendo” poi ne aspetto un’altra , e un’altra ancora, poi tiro avanti pensando al mio idolo che su questa salita li avrebbe steso tutti: Marco Pantani. Di tutti gli sportivi e’quello forse che mi ha maggiormente rapito il cuore, appartiene a quella categoria di geni sregolati, perennemente inquieti ed autodistruttivi, di cui fanno parte Maradona e Cassius Clay,che conoscono solo le stelle o la polvere. Nello sport come nella vita, i tipi seri, professionali coerenti, i Cavani o i Nedved che si allenano il giorno di Natale sotto la pioggia, mi acchiappano fino ad un certo punto poi mi annoiano. Ricordo gli anni univesitari e quelle inteminabili giornate di giugno a studiare dei mattini di libro di procedura civile e diritto conmerciale, mentre mi facevo nel mio piccolo coraggio vedendo Pantani che come una pulce al Tour de France li massacrava tutti. Marco me lo immagino ora qui, sul Barmash Pass che pare non finire mai. Nel ciclismo usano il termine “gli indiani” per indicare la vetta di una montagna, e’un termine scaramantico, dire la cima o la vetta porta sfortuna. I nostri indiani sono rappresentati da una fortificazione credo araba posta a 1800 metri dove ci sta ancora persino la neve. Ma doppiato l’orrendo passo, la strada fascista non è mica finita! Ci sta la discesa, l’abuso verso la gola del Vojosa e poi la risalita sui monti Grammoz. Tra gli occupanti del veicolo comincia ad instaursi un clima di follia e solidarietà, ci sentiamo i protagonisti di un’impresa epica. La prima a sentirsi male e’ la stronza austriaca, seguita da due olandesi in viaggio di nozze che vomitano tenendosi per mano e che stamattina devono aver mangiato agnello. Ad un tratto ci fanno scendere in una foresta presso una sorgente per ristorarci, fa un freddo cane e per di più prende anche a piovere. Presso questa sorgente viene imbottigliata l’acqua che beve la nazionale di calcio albanese ci dicono. Credo di aver capito perché l’Albania non ha mai fatto numero nella smorfia a pallone, vuoi veder che li fanno salire qua su per bere? Dopo la quarta ora di strada fascista ( che poi tanto fascista non è’, i bunker e le fortificazioni sono anche saracene, medievali e di epoca comunista), credo di esser caduto in una sorta di catalessi e di demenza, ricordo che passivamente venivo sballottato dentro questo furgon stando con gli occhi chiusi immaginando una volta di stare nello spazio, un’altra in discoteca, un’altra volta sui tronchi all’edenlandia. Alla fine quasi mi era subentrata una sorta di Sindrome di Stoccolma nei confronti di Nishi l’autista che mi teneva costretto in quel furgon infernale ma a chi volevo bene perché ad ogni curva mi salvava la vita evitando il precipizio. Come si possa guidare per 7 ore su una roba del genere e non finire fuori strada io non lo so, e’consjderata tra le pime dieci strade più pericolose al mondo e me la ricorderòfinche campo. Ad un tratto, quasi non ci credo, finisce, una francesi ma vicina a me scoppia a piangere e corre a telefonare sua mamma. Siamo a Korca, città gradevole con 5 musei e una birra ottima che non ha niente da invidiare alla Guinness. A korca una bella sorca mi rimette al mondo servendomi un agnello al forno squisito. Fuori e’scoppiato un finimondo di temporale ma potrebbe scendere pure Gesù Cristo da cielo non me ne fotte: ho superato la Korca-Gjrokaster road e per la prima volta dall’inizio del viaggio cominciò a sentire che l’impresa intera di arrivare fino in Caucaso può essere fattibile, E’un po’ come quando una squadra ad un mondiale vince un turno di qualificazione per 4 a 3 in rimonta: magari si è avuta un po fortuna ma nello spogliatoio subentra la convinzione di essere più forti, di poter arrivare in fondo. Io comincio a sentire che il Vello d’oro, sebben lontano ancora migliaia di km, può essere raggiunto. Korca si trova sulla cima di una montagna, corro ad un punto panoramico e sotto appare ciò che immaginavo: la piana di Pelagonia, la Macedonia e i laghi di Prespa e di Ohrid. Quest’ultimo era chiamato dai Greci Lychnidos, letteralmente la Città di luce, e mai nome fu più azzeccato perché sotto le nuvole il lago e’ rischiarato da una luce bluastra e un bellissimo arcobaleno cinge le due sponde del lago. Giungerò ad Ohrid nel pomeriggio per una via più facile, la via Egnatia costruita dai Romani e varcando la frontiera con la Macedonia presso un luogo chiamato Sveti Naum, ove sorge un bellissimo monastero che conserva una palla (inteso come testicolo) di sto Naum.
Nel vedermi sulla cima di quella montagna, sopra la coltre di nebbia e con i laghi sottostanti mi è venuto alla mente quel bellissimo quadro di Friedrich, un pittore di epoca romantica, che mi pare si chiama “viandante sopra la nebbia” , ora non vorrei sparare una vongola ma andare a controllare su wikipedia e’ troppo squallido, ma mi sono venuti in mente pure i giorni faticosi e caldi di luglio spesi al lavoro su circumvesuviana centri direzionale e altro, in cui sempre guardavo avanti pensando a quando poi avrei guardato il lago di ohrid dall’alto della rupe di Korca, ho pensato a tutto questo e mi sono commosso

Il Vello d’oro- giorno 3- Bagni omerici ed adamitici

Giorno 3
Quando disegno i miei itinerari di viaggio, raramente contemplo tappe cosiddette “di mare”. Tendo ad escludere sula base di una semplice constatazione: vengo da Capri, ove ho la possibilità di fare bagni, almeno nei week end, per un lasso di tempo che va da aprile ad ottobre ed anche oltre; ho a disposizione spiagge tra le più belle del Mediterraneo a pochi minuti da casa e per di più sono proprietario ( o perlomeno lo è mio padre) di un albergo a 4 stelle giusto nel centro di Capri. Se voglio farmi la vacanza di mare, servito e riverito, faccio 20 metri dal cancello di casa, ditemi voi che senso ha andare in un altro posto a farsi i bagni nell’unico mese filato che ho di vacanza? Quindi al massimo destino nei miei viaggi non più di un giorno al mare. Quest’anno per motivi geografici la tappa di mare e’ capitata proprio all’inizio del percorso, il mare lo rivedrò se tutto va bene fra migliaia di chilometri, dalle parti del Bosforo e poi del Caucaso, ed avrà un altro colore, nero. Nondimeno mi è molto piaciuta questa giornata iniziale al mare nella terra dei Ciamuri, a Ksamil dove ho assaporato anche il piacere stamattina di un bagno all’alba, cosa che per una congerie di fattori a Capri mi concedo rare volte. Il bagno, nelle luci soffuse dell’aurora, e’ durato molto più del previsto per via di uno sgradito fuori programma: mentre nuotavo nella baia deserta e’ apparso sulla riva un branco di cani randagi latranti, ed io già immaginavo di vedere il mio barbagallo dilaniato tra le loro fauci aperte ( preso da un brivido naturistico mi ero buttato pure a mare in costume adamitico). Naturalmente il branco di cani era un altro segnale di ostilità inviatomi dagli dei, che stanno cominciando veramente a cacare un po’ il cazzo, manco un bagno in Santa pace. L’apparizione dei randagi pesca, e questo solo gli dei potevano saperlo, nella mia più grande fobia. Funziona così: non mi fanno paura ragni serpenti tarantole sanguisughe e rettili, tutta roba con cui ho avuto a che fare in altri viaggi a stretto contatto, ma se mi metti difronte un cane lupo che mi ringhia contro anche in pieno centro urbano mi paralizzo. Per poter dunque uscire dall acqua ho dovuto attendere l’arrivo di qualche altro umano, nella fattispecie un tizio che dubito abbia studiato all’accademia della Crusca e che, parlando solo albanese, ci ha messo un po’ prima di brandire un bastone e scacciare i cani, poiché sulle prime aveva travisato le mie richieste pensando che fossero delle avance di natura sessuale nei suoi confronti. Pensate un po’ voi ch scena patetica, io che col pesce da fuori nell’acqua cerco di richiamare l’attenzione di un fravecatore albanese che sulle prime mi manda a fanculo e si pensa che sono un ricchione che se lo vuole schiattare…. Comunque tutta la giornata e’ stata contrassegnata da bagni piuttosto singolari.
Dalla costa ciammurra mi addentro nell’Albania profonda su di un furgon, i minibus collettivi con cui ci si sposta qui, in direzione della prossima tappa molto attesa e densa di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta appunto di una sorta di misterioso geyser posto sul fondo sconosciuto di un fiume, nei pressi di un villaggio chiamato Mesopotamia. Il luogo non si rivela ovviamente facilmente al visitatore, il furgon mi lascia sulla strada per Argirocastro ad un incrocio con un tratto di 3 km da percorrere sotto un sole cocente e con lo zaino pesante in spalla. Ma la forma fisica e’ in netta crescita, prima di partire ero un rottame che faticava a salire via Krupp, ora invece, sarà l’adrenalina del viaggio o il potere magico dello zainone, mi sento di colpo come un toro pronto a sbrindellare l’imene di 20 giovenche e mi scieoppo la salita con 20 chili in groppa a tempo di record, lasciandomi alle spalle una banda di lagnosi fiorentini ai ferri corti gli uno con gli altri. La Sorgente dell’Occhio Blu non tradisce le attese e si disvela come un luogo magico, di enorme bellezza: tutti le tonalità di blu dal turchese all’acquamarina stanno dentro questo vortice di acqua gelata tra i cespugli di mirto e ginepro. Sul posto due ragazzacci albanesi si atteggiano a galli sulla munnezza, avvertendo che il bagno in quel posto e’ roba per i soli locali e mai nessuno straniero e’riuscito a stare sopra il getto gelato del geyser sotterraneo per più di pochi secondi…ok, nessuno straniero, ma questi da quanti secoli non vedono un epigono degli Argonauti giungere qui in carne ed ossa? Raccolgo il guanto di sfida e annuncio loro che avrei sostato sopra il getto gelato per almeno un minuto, azionassero i cronometri. Salgo su una quercia concava e mi tuffo….pochi secondi e con l’acqua che monta da sotto a mo di Jacuzzi verso il basso inguine, provo la stessa sensazione che doveva provare quel ragazzo dai modi gentili e paciosi, soprannominato diciamo “Degustatore di ratti”, ai tempi della militanza nelle giovanili della Caprese giù da Germano, quando degli altri tizi un po’ bulli di Marina Grande si producevano nei suoi confronti in un scherzo davvero assai cretino, che consisteva nell’inmobilizzarlo e spruzzargli sulle parti intime quello spray gelato che si usa contro le contusioni…non c’è bisogno di fa correr il cronometro fino a 10 che sono fuori dall’acqua ma poco dopo mi imbatto in un tizio che cucina su una griglia le trote da lui pescate col vino da lui coltivato, il tutto per 600 leke, al cambio attuale manco 4 euro. Stupenda la Sorgente dell’Occhio Blu!

Dopo poco mi rimetto in marcia ma poco dopo vengo raccattato da un simpatico signore col Suv e dal figlio, selezionato da un’università canadese per giocare nella nazionale canadese di handball, e mi danno un passaggio fino alla prossima meta: Argirocastro, letteralmente la Fortezza d’Argento. Scanaliamo un paso di montagna e ci tuffiamo nella valle del Drinos e ci siamo, il posto e’una bellissima cittadella medievale abbarbicata sotto un castello, con case ottomane del seicento e vie lastricate in cui è bellissimo perdersi nella luce corrusca del tramonto.

Argirocastro e’un luogo speciale anche per tutta una serie di personaggi a cui è legata: 1) Ali Pasha, potente pirata turco che qui eresse il suo inespugnabile castello e che nel sedicesimo secolo mise a ferro e fuoco le coste italiane. Ricollegandosi al discorso di ieri dei Ciammurri, e’ più che probabile che Ali Pasha e i suoi giannizzeri abbiamo sovente infilato la loro scimitarra di pelle nella pancia di nostre antenate capresi
2) Brancaleone da Norcia: qui e’ ambientata l’epopeea dell’Armata Brancaleone, uno dei miei film preferiti
3) Mr Durmi, gestore del ristorante Kulimi, uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Le rane fritte sono di un afrodisiaco che annichilisce il Cialis.
4) il dittatore dell’epoca comunista Enver Hoxha, uno nella top ten dei dittatori psicopatici, sul genere di quello della Corea del Nord, di quelli ch si ingrippano a scorticare via la storia da un paese per piegarla ala loro demenziale idea di mondo e la conseguente architettura. Ma visto che era nato qui, ha pensato di fare un’eccezione e risparmiare Argirocastro dallo scempio comunista.
Io qui ci arrivo molto prima delle luce corrusche del tramonto, sotto il sole battente della calandrella alle 4 di pomeriggio e mi abbarbico lungo ste vie vie verticali fino ad un dimora storica segnalata dalla guida. Il luogo merita la sfacchinata, e’ una sorta di castello ottomano, ma ad un aprirmi arriva una donzella che mi dice che l’albergo e’ pieno. Tuttavia nel vedermi tutto trafelato si muove a compassione e comincia a prepararmi una premuta di limone, poi prende a chiamare una dozzina di pensioni per trovarmi dove dormire. Comincio a pensare che questa rappresenta il classico mezzo cuofano che un vero uomo rispettabile, in un venerdì sera e dopo il settimo drink, deve carriarsi, altrimenti perde la sua rispettabilità. Ma la tipa rivela subito una sua altra natura molto più prosaica: la granita e’ a pagamento e persino una ad uno le telefonate fatte hanno un, seppur esiguo, costo. Alla fine mi trova un posto dove dormire ma la prendo sul cazzo, e poi il posto e’ un casermone insignificante, quindi mi risolvo a scegliere un altro alberghetto difronte al casermone, che però è proprio il cesso. Sei piani a piedi, materasso in lana modello caserma del dopoguerra e commuoglio del cesso tranciato in due come da un colpo d’ascia, boh. E qui si manifesta l’ultimo bagno della giornata: trovo una sorta di shampoo in camera ed essendone io sprovvisto lo uso, forse pensando che lo deve aver dimenticato il precedente cliente. Non so che roba sia ma si rivela per esser una sorta di melassa che mi azzecca i capelli in una sorta di bukkake strano.
E pensare poi che qui è stranamente pieno di botteghe di barbiere, che fungono anche da bar. Ed e’ un piacere irriverente stare seduti fuori ste botteghe a parlare con gli anziani del posto a bere raki, a litigare sul calcio e trovare un punto d un’unione sul nostro idolo comune, Behrami, il valoroso Valon.
Domani mi aspetta una giornata da bollino rosso, segnata nel programma come il Bloody Saturday. Sveglia all’alba e su con un furgon per la Strada Fascista per il Burmash Pass e le Grammoz Mountains, fino alla città di Korca e poi giù, attraverso un valico di frontiera in Macedonia, sul lago di Prespa, alla volta di Golem Grad, un’isola sul lago abitata da solo serpenti. Si tratta di 8-9 ore su strade sgarrupate e dentro furgoncini scassati,ma io al mondo qualcosa più bello di questo ancora non l’ho trovato.